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Azerbaigian: l’assassino che diventò un "eroe"

Nel vergognoso silenzio stampa italiano, e nell’indifferenza dei media occidentali, la situazione nel Caucaso si fa di nuovo molto tesa, a causa di una vergogna ungherese che gli azeri hanno trasformato in un’infamia criminale.

Nei giorni scorsi le autorità ungheresi hanno liberato, nell’ambito di una procedura di estradizione, Ramil Safarov, un ufficiale azero condannato all’ergastolo per un raccapricciante crimine commesso nel 2004 a Budapest, quando, durante un seminario NATO dedicato a “Partnership for Peace”, si era introdotto negli alloggi del tenente armeno Gurgen Margaryan, massacrandolo a colpi d’ascia nel sonno.

Un crimine efferato che trova le sue ragioni, se di ragioni si può parlare, nella guerra di indipendenza che, negli anni Novanta, aveva restituito il Nagorno Karabak all’Armenia, dopo che Stalin lo aveva regalato alla Repubblica Sovietica dell’Azerbaigian, senza tenere alcun conto della realtà etnica e storica di quelle terre, armene da sempre.

Allo stato attuale il Nagorno Karabak è di fatto una repubblica indipendente: nessuno l’ha mai riconosciuta e continua ad essere un fattore di frizione in una zona particolarmente calda. Qui sono da cercare le radici dell’odioso crimine compiuto dall’ufficiale azero.

I precedenti governi ungheresi avevano sempre rifiutato di permettere il trasferimento dell’assassino in Azerbaigian, nella convinzione che le autorità di Baku non avrebbero tenuto fede all’impegno di far scontare la pena sul proprio territorio a Safarov. Una convinzione pienamente motivata in quanto, ad estradizione avvenuta, è puntualmente arrivata la grazia.

Fin qui avrebbe potuto essere solo una tragica beffa, ma l’assassino è stato ricevuto con tutti gli onori e promosso a maggiore, pagandogli anche gli arretrati di stipendio maturati in carcere, trasformando così un criminale vigliacco, capace di uccidere i suoi nemici solo nel sonno e non sul campo di battaglia, in un eroe. Un’indegnità che rinnova il clima da genocidio che gli armeni subirono nel 1915 dai turchi, che oggi sono fra i più fedeli amici dell’Azerbaigian e non si sono indignati per l’infamia. D’altronde, ancora non riconoscono quella da loro stessi commessa, e non solo la negano ma puniscono chiunque la affermi.

Una vicenda raccapricciante, di quelle che dovrebbero far indignare il democratico Occidente, sempre pronto a mobilitarsi, anche di fronte alle sacrileghe esibizioni di quattro sgallettate, anzi solo in questi casi. Gli interessi dell’asse Washington-Ankara coincidono con quelli dell’Azerbaigian: quindi, a parte qualche generica condanna di rito, si è preferito il silenzio sulla questione, che in Italia è stato decisamente assordante. Solo il popolo ungherese, l’unico a conoscenza dei fatti, ha manifestato in piazza il suo dissenso.

Fonti ben informate sostengono che il caso Safarov non finirà qui, ma che l’ingombrante “eroe” sarà sacrificato dal governo azero, che intende sopprimerlo per addossare poi agli armeni la responsabilità della sua uccisione ed avere così un casus belli. Che il silenzio stampa occidentale, avendo impedito il formarsi di una pubblica opinione indignata sul caso, rischia di giustificare quando la situazione esploderà. 

Una interpretazione apparentemente complottista, ma la situazione nel Caucaso è tesa e complessa. Non dimentichiamo che si tratta di uno dei principali scacchieri della guerra del gas, e dunque scenari di guerra, cui l’Armenia si dichiara pronta, non sono affatto da escludersi, visto anche che l’infamia azera ha ridato impulso ai dibattiti parlamentari a Erevan per un riconoscimento ufficiale armeno della piccola e orgogliosa repubblica del Nagorno Karabak.

Questo agghiacciante e vergognoso caso dimostra ancora una volta come l’umanitario cuore dell’Occidente sia abilmente manipolato da una stampa condiscendente ed asservita a logiche geopolitiche che nulla hanno a che vedere con giustizia e umanità.

Ferdinando Menconi

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