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Fiscal cliff: più che una soluzione, una dilazione

Lo chiamano “accordo”, ma è piuttosto un ripiego. Un’intesa che è stata raggiunta in extremis al Senato, mentre la Camera deve ancora ratificarlo, e che lascia in sospeso moltissimi aspetti, ricorrendo al facile trucchetto della proroga dei regimi preesistenti.

In sintesi, citando da Repubblica (qui) «il patto, raggiunto dal vicepresidente Joe Biden e dal leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, prevede l'aumento delle tasse a chi guadagna oltre 450 mila dollari l'anno e rinvia di due mesi i tagli alla spesa pubblica. (…) Tra le altre misure, la proroga di un anno dei benefici legati all'indennità di disoccupazione; il mantenimento delle aliquote dell'attuale minimum tax; l'estensione per cinque anni dei crediti di imposta anche per l'infanzia e i mutui degli studenti per il college; l'innalzamento dal 35% al 40% della tassa di successione; un'aliquota al 23,8% delle tasse sui dividendi e i capital gains per le famiglie più ricche».

Un po’ come accadde all’inizio di agosto 2011, insomma. A ridosso della dichiarazione ufficiale di default tecnico, e a fronte delle divergenze insanabili tra Repubblicani e Democratici in materia di tagli alla spesa pubblica e di aumento delle tasse, Obama non trovò di meglio che accantonare le rispettive istanze e posticiparne gli effetti al primo gennaio 2013. In cambio, il Parlamento approvò l’innalzamento della soglia massima del debito federale e il rischio della bancarotta fu evitato. O, per meglio dire, eluso.

Oggi la storia si ripete. Invece di risolvere i problemi sul tappeto, la politica USA se la cava prendendosi altro tempo. Un lusso che sconfina nell’arbitrio e che conferma l’anomalia tipica, e odiosa, della superpotenza che risponde solo a se stessa: dove la Grecia di turno viene obbligata da Paesi e organizzazioni straniere a pesantissimi interventi sui conti pubblici, in nome del dissesto interno, gli Stati Uniti decidono da sé il cosa, il come e il quando.

Messa in questi termini, l’intera vicenda del Fiscal cliff assume contorni grotteschi. A cominciare dall’enfasi, e dalla retorica, della sua allarmistica denominazione. Se davvero il “precipizio fiscale” poteva essere scansato con un banalissimo rinvio, come sta emergendo ora, non si vede la necessità sostanziale di agitarsi tanto nel paventarne le disastrose ripercussioni in caso di un mancato accordo entro la fine del 2012. Bastava dirlo dall’inizio: egregi concittadini (nonché poveri succubi dell’egemonia Usa sparsi per il mondo) speriamo di trovare un punto d’incontro alla scadenza convenuta, ma in caso contrario non preoccupatevi troppo; ne stabiliremo un’altra, o una serie di altre in modo tale da gestire le trattative con una tempistica diversificata, e continueremo a provarci.

La necessità manipolativa, viceversa, si coglie benissimo. Agitare lo spauracchio del peggio è utilissimo per accreditare come un grandioso risultato il semplice fatto che si sia schivato il tracollo. E per far credere, al contempo, che la classe dirigente è capace di impegnarsi con la massima serietà e senza risparmio, visto che si riunisce anche nel pieno delle festività.

All’epilogo della messinscena, ovvero di questo specifico episodio dell’interminabile/insopportabile serie tv “The American Empire”, Obama si mostra tranquillo e dichiara che «il problema del Fiscal cliff sarà risolto gradualmente». Peccato, però, che non si prenda la briga di chiarire quando, con esattezza, sia lui che i suoi avversari si sono accorti che per non precipitare nello strapiombo era sufficiente un pizzico di calma e di ottimismo alla Mary Poppins.

Federico Zamboni

MOLTI AUSPICI, NESSUN ONORE

ABBIAMO FAME, 2013