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Il fallimento della decolonizzazione

Le notizie che vengono dal Mali meritano di essere meditate. In quel Paese africano un movimento armato di musulmani fanatici, profanatori di tombe di santi disprezzati solo perché sciiti, cioè musulmani di altra confessione, ha conquistato rapidamente buona parte del territorio. Il governo ha chiesto l’aiuto dell’Organizzazione degli Stati Africani, dell’ONU e, in particolare, della Francia che fu la potenza coloniale in quell’area. L’aiuto doveva consistere in un intervento armato diretto, ora in corso. La stessa popolazione della capitale è scesa per le strade chiedendo l’intervento francese.

Si possono rispolverare i vecchi argomenti anticolonialisti, senza dubbio tutti fondati: non c’è mai stata un’effettiva indipendenza delle nazioni africane perché è continuato lo sfruttamento economico in un quadro neocoloniale; i governi che chiedono gli aiuti dall’esterno sono fantocci degli antichi padroni; le popolazioni scendono in strada non per volontà propria ma indotti dal potere; le rivalità che minano la coesione interna delle nazioni sono fomentate dall’esterno, dalle vecchie potenze coloniali.

Tutto vero, tutto giusto, tutto da denunciare.

Tuttavia quanto accade nel Mali, in gran parte dell’Africa nera e anche nel mondo arabo in particolare e islamico in generale, dimostra una verità che non si può tacere: il fallimento della decolonizzazione.

Un fallimento di cui non portano la responsabilità soltanto le potenze coloniali dell’Occidente.

Esse operano secondo le modalità subdole e ciniche che conosciamo soltanto perché possono sfruttare un odio tribale e un fanatismo settario che precedono il colonialismo.

Fra le tante tribù della variegata galassia africana c’è un odio etnico simile al razzismo. Una ventina di anni fa Hutu e Tutsi (che chiamavamo Vatussi) si sono massacrati a centinaia di migliaia non con le armi sofisticate degli occidentali ma a colpi di machete.

È una storia antica. I mercanti arabi che rifornivano di schiavi neri le potenze coloniali europee, potevano fare razzìa di merce umana grazie alla complicità di tribù rivali fra loro.

All’inizio del moderno colonialismo, gli spagnoli hanno potuto assoggettare e sterminare gli indios anche grazie alle divisioni fra gli atzechi e le altre etnìe dell’America centrale, mentre nell’America del Sud hanno usufruito dei contrasti feroci fra gli incas e i popoli a loro sottomessi.

I coloni bianchi del Nord America, quelli dell’epopea hollywoodiana del West, hanno avuto facilmente la meglio sui nativi anche grazie alle divisioni fra loro: non era raro il caso di tribù alleate dei coloni contro altre tribù.

L’intolleranza settaria non è meno nefasta. La vediamo all’opera in tutte le tragedie degli ultimi anni.

Come l’odio tribale, non è creata dagli occidentali ma piuttosto sfruttata abilmente per dividere e conquistare. Il vecchio e sempre valido divide et impera.

La Libia è stata sconvolta da un’aggressione selvaggia degli occidentali che hanno potuto utilizzare le rivalità storiche fra arabi e berberi, fra tribù tripolitane e tribù cirenaiche.

La Siria subisce una brutalizzazione con intromissioni esterne che non ci potrebbero essere se non ci fossero avversioni millenarie fra drusi, arabi, curdi e se non ci fosse l’odio settario fra sunniti e alawiti assimilati agli sciiti.

Dal basso della nostra storia di odio etnico, di nazionalismo esasperato e di guerre di religione, noi europei non abbiamo il diritto di giudicare. Resta tuttavia il fatto che i popoli che ricadono sotto un dominio coloniale di fatto, pagano le conseguenze di un retaggio storico con cui non hanno saputo fare i conti.

Le tradizioni delle diverse culture e l’impronta che ne ricevono dalle fedi religiose sono per noi valori autentici da preservare, ma l’odio settario e gli steccati tribali sono piaghe antiche la cui colpa non può essere attribuita né al colonalismo che di esse si alimenta senza averle create,  né alla modernità.

Nessuno è innocente, mai.

Luciano Fuschini   

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