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Que viva Chávez. O almeno il chavismo

Che sia in coma o no, e che le informazioni in tal senso siano date in buona fede o meno nella speranza di destabilizzare il Venezuela - anzi la Repubblica Bolivariana del Venezuela, le condizioni di salute di Chávez destano preoccupazione. A poco sarebbe servito altrimenti il colloquio all'Avana di venerdì tra la Presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner, Fidel Castro e il Presidente Raul Castro.

Si tratta di uno solo degli incontri che precederanno la futura, possibile uscita di Chávez dalla scena politica - che potrà avvenire, si badi bene, solo con la morte. Per ora, la Corte Suprema del Venezuela ha autorizzato il Presidente a rinviare il giuramento per il nuovo mandato a data da destinarsi, come chiesto dal presidente dell'Assemblea Diosdado Cabello, successore designato di Chávez, e come previsto dalla Costituzione. E chi, come Il Giornale (qui) pensa che la rivoluzione bolivariana a questo punto sia finita dimostra poca lungimiranza.

L'apprensione per la scomparsa del Presidente è comprensibile, ma non completamente giustificata: Chávez è sì il perno della politica estera dell'America Latina ma ha saputo negli anni creare un legame economico e politico con gli altri Stati dell'area tale da dare buone possibilità a quello chavismo "senza Chávez" che si profila all'orizzonte per continuare sulla strada indicata dal carismatico leader venezuelano. Certo, mancando la sua figura di spicco bisognerà che l'America Latina intera giochi d'anticipo, e trovi un portavoce all'altezza prima che "qualcuno" riesca a spezzare i legami creati in tanti anni di lavoro.

Chi ride, in ogni caso, sono appunto gli Stati Uniti. Quel "qualcuno" che con Chávez non ha mai avuto vita facile e ora spera di trovare al suo posto un leader meno forte e deciso da poter in qualche modo riportare "sulla retta via" della "collaborazione" politica e soprattutto economica con gli Usa.

Non che il governo di Chávez non abbia i suoi lati oscuri, legati magari proprio alla libertà di stampa, ma grazie alla sua politica la povertà è diminuita assieme alla mortalità infantile e la malnutrizione, la sanità è gratuita per chi non può permettersela (la maggioranza assoluta dei veneuzuelanii) e l'alfabetizzazione è aumentata, così come il Pil del Paese: tutti obiettivi che in un Paese dell'America Latina, segnata da povertà, corruzione, criminalità, di solito sono veri e propri sogni irrealizzabili. Inoltre viene da pensare, considerando una delle maggiori spine al fianco della lotta a favore della popolazione da parte di Chávez, ossia le condizioni di vita nelle carceri, che si tratta di una delle cose che ha in comune con un Paese come il Venezuela proprio l'avanzata e "civile" Italia - condannata l'8 gennaio dalla Corte per i diritti umani del Consiglio d'Europa per il sovraffollamento nelle sue carceri. Non è propriamente la stessa cosa, ma l'argomento è identico.

In ogni caso quello che potrebbe risentire di più della scomparsa del Presidente venezuelano è la politica estera dell'America Latina.

Non tanto il rafforzamento dei rapporti con l'OPEC, nel quale figura anche l'Iran di Ahmadinejad, nonostante fosse il Venezuela a voler proporre di ritornare a un sistema di controllo dei prezzi del petrolio, ma soprattutto quello che è uno dei successi più importanti del governo di Chávez: l'ALBA. L’Alleanza Bolivariana per le Americhe è una sorta di collaborazione politica, sociale ed economica alla pari tra Paesi Latino Americani e Caraibici che ha al centro della sua azione la lotta contro la povertà e l'esclusione sociale. Una vera spina al fianco per i vicini Stati Uniti, che preferirebbero vedere tali Paesi scambiare merci all'interno dell'ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), una organizzazione tutta loro che è invece incentrata sul capitalismo e il liberalismo più assoluto - e dunque lo sfruttamento economico delle frange più povere della società.

Perché l'America Latina dovrebbe rinunciarvi? Non ne ha motivo, ma tenendosi in piedi l'ALBA grazie all’asse Venezuela-Ecuador-Bolivia, bisognerà vedere se senza la guida di Chávez gli altri due Paesi riusciranno a resistere alla pressione degli Usa.

Chiaramente, ci si augura di sì.

Sara Santolini

Il fallimento della decolonizzazione

Il Ribelle.Qui del 14/01/2013