Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

MOLTI AUSPICI, NESSUN ONORE

Ultimo messaggio di fine anno, da parte di Re Giorgio, ed ennesima sequela di appelli basati sul nulla  

 Almeno in questo, ossia nel confezionare proclami che in apparenza sono all’insegna delle migliori intenzioni ma che in realtà ignorano accuratamente i veri nodi e i veri vizi del sistema complessivo, Giorgio Napolitano è davvero e a pienissimo titolo il Capo dello Stato.

Anzi, di questo Stato. Di questa specifica versione della Repubblica italiana, la cui altisonante e irrealizzata Costituzione si staglia allo stesso tempo come il gioioso certificato di nascita, per ciò che vi si dice, e la lugubre prognosi di una morte inevitabile, per tutto ciò che non è stato fatto finora e che non si è minimamente in grado di fare.

Detto in breve, una repubblica delle chiacchiere. E degli auspici. Un enorme apparato pubblico, e fintamente democratico, che serve a nascondere le sue finalità private, e fatalmente oligarchiche. Una messinscena – che per decenni è stata applaudita dai più grazie alle innumerevoli regalie del clientelismo, e che ancora oggi viene assecondata da chi confida nel ritorno a quei giorni “felici” – il cui placido/sordido copione non è più praticabile a causa della crisi finanziaria esplosa nel 2008: stop alla gestione allegra basata sull’espansione all’infinito del debito pubblico, che permetteva di spendere e spandere, e passaggio a una contabilità arcigna, che ha falcidiato le comparse e le maestranze.

Di fronte a questo stato di cose, qualsiasi riflessione onesta dovrebbe partire da un’analisi approfondita delle cause che ci hanno condotti al disastro attuale. A cominciare dalla Causa per eccellenza, che è il modello economico dominante. Viceversa, come conferma anche l’ultimo discorso di fine anno di Napolitano (qui), c’è spazio solo per il rammarico, di facciata, e per gli auspici, di cartapesta.

«Al di là delle situazioni più pesanti e dei casi estremi, dobbiamo parlare non più di "disagio sociale", ma come in altri momenti storici, di una vera e propria "questione sociale" da porre al centro dell'attenzione e dell'azione pubblica. E prima ancora di indicare risposte, come tocca fare a quanti ne hanno la responsabilità, è una questione sociale, e sono situazioni gravi di persone e di famiglie, che bisogna sentire nel profondo della nostra coscienza e di cui ci si deve fare e mostrare umanamente partecipi. La politica, soprattutto, non può affermare il suo ruolo se le manca questo sentimento, questa capacità di condivisione umana e morale. Ciò non significa, naturalmente, ignorare le condizioni obbiettive e i limiti in cui si può agire - oggi, in Italia e nel quadro europeo e mondiale - per superare fenomeni che stanno corrodendo la coesione sociale».

Vale a dire: ci piacerebbe che… ma nostro malgrado non si può… e tuttavia un domani… se ci impegneremo tutti, e innanzitutto voi... voi cittadini, voi giovani, voi italiani del futuro…

Un’omelia risaputa, che con blande variazioni replica il consueto miscuglio di solidarietà a costo zero, per l’Alto Papavero che la esprime, e di moniti ad alto costo, per i miseri sudditi che ne sono i destinatari. Una tiritera risibile che andrebbe sbugiardata senza pietà, se non fosse che i media sono quelli che sono e le classi dirigenti pure. In una simmetrica esibizione di falsa franchezza, perciò, non si va al di là dell’ammettere sia il degrado esistente che l’intrinseca sterilità dei bei discorsi, lodando tuttavia l’appello a sforzarsi di fare meglio in futuro.

Annota “monsignor” Massimo Giannini, su Repubblica: «Oggi più che mai, purtroppo, siamo alle rituali "prediche inutili" di un'istituzione che pure ha resistito all'ondata di rancore reciproco che ha avvelenato i partiti e all'ondata di livore anti-politico che ha sommerso la società. Ma sarebbe sbagliato non cogliere comunque la portata del "testamento" etico e politico di Napolitano».

Come no? Il “testamento” del vegliardo è commendevole, ancorché l’eredità che ci lascia faccia schifo. Rendiamo merito ai buoni propositi e prepariamoci a sopportare pazientemente gli altri anni di sacrifici che ci attendono, rasserenati o persino commossi da quell’accorato richiamo che il Presidente-Re ha voluto riservare alla “questione sociale”.  

Leggi anche: "L'Italia, un Paese basato sugli auspici" di Federico Zamboni - 03 settembre 2010


Il Poeta delle arance. E della Rivoluzione

Fiscal cliff: più che una soluzione, una dilazione