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Gioventù sprecata e onanismi moderni

Cosa accadeva, fino a non molto tempo fa, dagli undici ai sedici anni? Di tutto: i primi conflitti con i genitori per affermare la propria ragione d’essere, alla quale, per tutta risposta, potevano seguire sonori ceffoni – non era ancora pedagogicamente sbagliato spiegare anche fisicamente un certo disappunto – e l’inizio di amicizie, alcune delle quali, magari, sarebbero durate l’intera vita. Si scopriva il mondo alla stessa stregua del primo amore, con innocenza e ardimento, senza mai l’ipotesi di un domani; lo si viveva in un presente perfetto, tanto simile all’eternità. Era un’età scomoda, quella delle prime volte: priva di compromessi, cioè  integra e impaziente di avventure, ma stupita e irrimediabilmente sgomenta ogni volta che queste finivano malamente. Era un’età in cui si osava mettere alla prova il mondo; solo l’incedere del tempo avrebbe rivelato che è il mondo a mettere noi alla prova. Era così che, non troppo tempo fa, si sbocciava. 

Negli ultimi anni, però, le cose sono radicalmente mutate e il progresso tecnologico, di pari passo con quello scientifico, ha saputo fare ciò che le più ardite rivoluzioni, e tanto meno le più sanguinarie guerre, non state sono riuscite a realizzare in secoli di storia: cambiare la gioventù e il suo modo di  “stare al Cosmo”.

La Federazione italiana degli Ordini dei Medici ha recentemente dichiarato che, nel nostro Paese, sono 240.000 i ragazzini e gli adolescenti web-dipendenti e che la sindrome “Hikikomori” è sempre più diffusa. I soggetti colpiti da tale sindrome, importata dal  Giappone, terra in cui il sole d’acciaio è tramontato da un pezzo, una volta adempiuto il proprio dovere scolastico, trascorrono quotidianamente dalle dieci alle dodici ore davanti allo schermo di un computer, vivendo una dimensione del tutto virtuale e artefatta. Nonostante questo “isolamento” sia da considerarsi a tutti gli effetti una malattia – sempre secondo la Federazione – le Istituzioni prendono sconsideratamente sottogamba questo fenomeno sempre più endemico e grave, come se riguardasse soltanto il privato delle persone e non, come dovrebbe essere evidente, l’intero assetto sociale.

Da incriminare non sono solo le Istituzioni, ma anche e soprattutto i genitori, i quali, purché non vengano trascurati gli studi, permettono ai figli tanta patologica alienazione. Come non rendersi conto, però, di quanto sia anormale che un giovane preferisca dedicare il suo tempo a degli estranei, contattati come “amici di chat”  – che facilmente resteranno anonimi utenti – invece di unirsi in un vero sodalizio con altri ragazzi per condividere la vita reale, con tanto di disavventure, giochi a cielo aperto e complici conquiste? E com’è che il colpo di fulmine – a cui, data la sua specifica “provenienza”, è impossibile non sottomettersi – non avviene più tra i banchi di scuola o in mezzo a una strada, ma attraverso una chat, che mai potrà far sognare il modo di camminare di una certa ragazza, mai lascerà avvertirne il profumo e mai tradirà l’emozione, con tanto di mani sudate, di starle semplicemente accanto?

Molto più sbagliato e pericoloso di un manrovescio per un capriccio, è il lasciare passare inosservato un modus vivendi, considerandola grossolanamente una moda innocua e passeggera. Se i genitori avessero ancora la ribellione che li fece belli, dovrebbero insegnare ai propri figli la più grande delle disubbidienze: quella di non stare sempre e comunque al passo con il mondo e  con i suoi tempi.

È un peccato originale sprecare “l’età verde” non attraversando con i propri occhi – senza schermi di mezzo – quella magnifica e crudele avventura chiamata giovinezza, l’unica capace di rendere uomo un fanciullo.

Fiorenza Licitra

E MUSSARI CHI LO SORVEGLIAVA?

Il Ribelle.Qui del 23/01/2013