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Competitività e macelleria sociale

La ricetta di Mario Draghi non cambia, e continua a ripeterla come un mantra anche se è chiaro a tutti che sta fallendo in tutta Europa. Al World Economic Forum di Davos, oggi stesso ha ripetuto l'ennesima litania: «Occorre fare di più per la crescita e i Paesi devono perseguire sia il consolidamento fiscale sia le riforme strutturali che aumentano competitività e creano posti lavoro».

In pratica, traducendo, quel "lavoro da finire" che Mario Monti giorni addietro aveva dichiarato in risposta all'articolo sul Financial Times che lo aveva tacciato di scarsa capacità.

Ancora meglio, in tal senso, sono state le parole dell'ex premier pronunciate proprio ieri.

L'attacco alla Cgil è ovviamente solo la parte che i grandi media hanno messo in risalto, per l'ovvia facilità di scatenarvi polemiche e dunque di generare "traffico" e "disattenzione" sui punti nodali che sono invece molto più rilevanti. 

L'ex consulente di Goldman Sachs e di Moody's (due società che hanno manipolato il mercato, la prima con capitali finanziari propri o presi a prestito, la seconda con i rating su questo o quel titolo di Stato italiano o straniero o sui titoli di società private - e tra i titoli manipolati ci sono stati ovviamente i titoli di Stato italiani) paventandosi dietro la forte resistenza che c'è nel nostro Paese ai cambiamenti - e per forza, come se i cambiamenti, se peggiorativi, dovessero essere accettati senza colpo ferire -  ha dichiarato che la competitività può essere ottenuta solo se le imprese acquisiranno quella flessibilità che ancora non è stata raggiunta. Ovvero: ancora maggiore libertà di licenziamento. Provvedimento, quest'ultimo, solo introdotto dalla Fornero in lacrime (ricorderete) quando, con la complicità anche del centrosinistra di Bersani che ne ha avallato l'impianto, ha di fatto cancellato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. 

Scrive Filippo Ghira:

A Monti non viene nemmeno in mente che il no della Cgil derivi dalla volontà del sindacato “rosso” di fare il sindacato, ossia difendere i diritti e la dignità di chi lavora e soprattutto dalla volontà di non collaborare alla trasformazione del lavoro in merce. Una deriva già iniziata da tempo e che è evidenziata dall’utilizzo costante del termine “mercato del lavoro” che si sta tentando di fare passare nel linguaggio comune come una cosa scontata. Il lavoro come merce e che come tale può essere spostato (o eliminato) a piacere, al pari delle materie prime, dei prodotti finiti, degli impianti o dei capitali finanziari. Una deriva inaccettabile per un sindacato degno di questo nome. Una deriva che invece sindacati come la Cisl e la Uil hanno accettato entusiasticamente, appiattendosi sulla linea della Fiat che è stata l’azienda che più di ogni altra ha imposto il nuovo modello contrattuale nei propri stabilimenti di Mirafiori e di Pomigliano. Il paradosso è che la Fiat, che pure è uscita da Confindustria e da Federmeccanica e ha disdettato il contratto nazionale dei metalmeccanici, è stata poi in grado di fare passare la sua linea “aziendalistica” alla maggioranza delle imprese di Viale dell’Astronomia.

Monti ha proseguito, a Davos, dichiarando quindi di sentirsi molto fiducioso nella sua "agenda ambiziosa" per la quale si sta spendendo in politica dopo aver sentito di avere una "responsabilità sociale" verso gli italiani. Ebbene, se il clima è cambiato, in Italia, e ora Monti si sente più fiducioso, ciò deriva dal fatto che in tal senso le grandi multinazionali che beneficiano della macelleria sociale messa in atto ora inizino, anche se timidamente, a sorridere nuovamente al professore bocconiano. Non è certo tra gli italiani, che si avverte tale fiducia. E in ogni caso, è sempre verso la competitività, dove perdono ovviamente quasi tutti e vincono i soliti noti, cioè i padroni, che si sta andando.

Non è un buon viatico, se è vero - come è vero - che, secondo uno studio recente del Credit Suisse, l'Emerging consumer survey 2013, è ormai conclamato il fatto che i trentenni cinesi abbiano un reddito superiore a quello dei trentenni italiani. Proprio così: un trentenne, in Cina, porta a casa il corrispettivo di circa 1100 euro al mese, mentre un giovane italiano, se un lavoro lo ha, non va in media oltre gli 823 (ancora meno per chi ha un contratto a progetto).

La strada della competitività è insomma tutta verso il basso: per i salari, per le tutele, per i servizi. E anche in Cina, dove le condizioni di lavoro e quelle sociali sono quelle che sono, si guadagna addirittura di più.

Valerio Lo Monaco

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