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Isolamenti, non solitudini

“Amore”, diretto da Rossellini, è un film del 1948 in due episodi, il primo dei quali è ispirato alla pièce teatrale degli anni Trenta “La voce umana” di Jean Cocteau.

La trama è essenziale: una donna aspetta, disperata, la chiamata dell’amante, che l’ha lasciata per sposare un’altra. Quattro saranno le telefonate, e mai si sentirà la voce di lui, ma soltanto quella della protagonista, alla quale il regista ha affidato anche il registro dei silenzi, assordanti: ogni smorfia di dolore, ogni lacrima sul cuscino, ogni fitta di rimpianto al petto – dove prima era solo festa – tutto fa eco all’eloquenza di una magistrale Anna Magnani. 

Alla semplicità della trama corrisponde un’ambientazione altrettanto efficace: una camera in subbuglio, un letto disfatto e, accanto, un telefono nero, che la protagonista fissa come a volerlo scongiurare di squillare. L’apparecchio telefonico, qui, rappresenta il tramite per respingere il vuoto pneumatico cui l’abbandono dell’amato consegna e, infine, l’ultimo avamposto per dirsi addio.

Un film struggente, questo: fa pensare non solo alla brutalità di un dolore intimo, ma anche a come, in tempi non remoti, il telefono fosse semplicemente un mezzo e non un fine; che lo si usasse per un saluto, per prendere un appuntamento o perfino per lasciarsi, dietro a una chiamata c’era ancora un rapporto, oppure una necessità. 

In meno di vent’anni, le cose sono nettamente mutate: le indimenticabili file alle cabine telefoniche (oramai in estinzione), le segrete conversazioni tra adolescenti, lontano da orecchie indiscrete, e le rare chiacchierate tra amici troppo lontani – gli stessi che quando si rivedevano pareva fosse passata solo un’ora – sono state rimpiazzate da sms, e-mail, twitter, messaggi postati su Facebook e fotografie su Instagram. 

Secondo una recente statistica statunitense, il 79% delle persone consulta lo smartphone nel giro di 15 minuti dal risveglio, mentre il 62% lo utilizza prima ancora di alzarsi dal letto, e Facebook rimane il social network più frequentato: viene visitato 13,8 volte al giorno, con una permanenza media di 2 minuti e 22 secondi.

La metamorfosi dei mezzi di comunicazione, checché se ne dica, è stata causa di un altro cambiamento riguardante la comunicazione stessa, nonché le relazioni interpersonali. A riprova, basta uscire per strada: la stragrande maggioranza delle persone incontrate, anziché avere un arnese incollato all’orecchio – come succedeva fino a un anno fa – tiene gli occhi incollati a uno schermo. Ciò significa che, da una parte, la comunicazione è diventata mera informazione, mentre, dall’altra, che all’ascolto è subentrata la vista, i cui meccanismi di comprensione sono ancora più sintetici e immediati; non occorre, infatti, molto sforzo per intendere uno smile, per leggere una frase di 140 caratteri o per visionare la foto di un piatto, tanto in voga ultimamente. Fatto ancora peggiore, tuttavia, è che l’assuefazione pubblica e privata al mondo fittizio dei social network  è tale da non far distogliere l’interesse nemmeno quando si è fisicamente in compagnia di qualcuno. 

Il peggio del peggio, infine, sta nel fatto che si arriva a trascurare la persona in quel frangente vicina per riversare la propria attenzione – ciò che di essa rimane – in relazioni destinate a rimanere mediate e superficiali con persone che, qualora ce le ritrovassimo accanto, di nuovo trascureremmo, in favore di altre virtuali.

È nell’era della comunicazione globale che avviene la più paradossale e ingloriosa delle fini: l’isolamento delle masse, che si “parlano” addosso senza intendersi e soprattutto senza dirsi nulla. L’isolamento causato dal mezzo che diviene fine a se stesso – l’unico rapporto mantenuto dall’utente è quello con il proprio display – privato com’è della necessità effettiva di un dialogo, di un confronto e di uno scambio, rende tutto anonimo, impersonale e irrimediabilmente gratuito. 

Tanto “autoesilio” è il perfetto contrario della solitudine, magari la stessa alla quale una donna, mentre la  subisce per un abbandono a cui non può fare fronte, si aggrappa come ultima e straziante stretta d’amore. 

Ancora, c’è la solitudine ardua e cara dell’uomo libero che, geloso del proprio tempo, si priva volontariamente di ciò e di chi egli considera superfluo alla sua “economia dell’essere”, applicando la scelta volontaria e sfrontata di dire un sì o un no. 

Fiorenza Licitra

 

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