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“Storie maledette”

Aldo Grasso, dalle pagine de “Il Corriere della Sera”, boccia “Storie Maledette” – trasmissione televisiva ideata e condotta da Franca Leosini – in onda nel palinsesto di Rai 3 da quattordici edizioni, oramai. La struttura del programma è semplice: la giornalista – fascicoli giudiziari alla mano – attraverso una lunga intervista a un assassino, o presunto tale, prova a carpire le motivazioni, e spesso il dramma personale, celati dietro ogni feroce delitto. 

Il noto critico, pochi giorni fa, ha accusato la conduttrice di “cattiva sociologia”, nonché di dare visibilità ai criminali – basta ammazzare, afferma Grasso, per godere della celebrità mediatica – oscurando così le vittime. Ciò può dirsi vero per quasi tutti i programmi di cronaca nera, i cui illustri ospiti – cronisti d’assalto, legulei e criminologi (ai quali basta solo che qualcuno ammazzi, per godersi la fama del proprio mestiere) – spettegolano, alludono e ipotizzano sui protagonisti del misfatto fino alla morbosità. Un mero chiacchiericcio da buon salotto televisivo, nient’altro. 

Il caso di “Storie Maledette”, al contrario, poggia su un piano differente: a intervenire non sono gli “opinionisti di professione”, ma lo stesso criminale che, già giudicato e condannato, racconta la sua di vicenda dal carcere in cui soggiorna. 

Tutte queste persone non vanno certo condonate  – stanno pagando il loro salasso alla giustizia – ma,  fatta debita eccezione per alcuni psicotici e altri figuri, sarebbero da comprendere; a patto, però, di avere curiosità a sufficienza per scoprire che dietro il male non c’è la banalità, come sosteneva la Arendt citata da Grasso, ma ancora male al quale non si ha avuto la forza di carattere, l’educazione o l’intelligenza per arginarlo. 

Altri casi, poi, fanno ulteriore eccezione: quelli in cui, dietro l’efferatezza, risiede la bontà. 

Da annoverare sono l’omicidio della madre che affoga nella vasca da bagno il proprio figlio di pochi mesi soltanto, della donna che finisce il proprio uomo o del ragazzo che stermina l’intera famiglia. Ad andare in fondo a queste trame, si compie l’inaudito: alla madre non hanno saputo diagnosticare, e quindi curare, la grave depressione post partum di cui era afflitta e che le procurava allucinazioni folli; l’altra donna, in verità,  ha messo fine alle botte, dopo sequele di denunce sporte invano e dopo vent’anni di inferno tra le mura domestiche; mentre Elia Del Grande, il ragazzo che ha fatto piazza pulita dei genitori e del fratello, soggiogato da un amore sbagliato, conserva nel petto un cuore immacolato. Un personaggio, quest’ultimo, che avrebbe intrigato un Dostoevskij, essendo il giovane omicida tanto simile al suo Dmitrij (il maggiore dei fratelli Karamazov): anche egli, infatti, così violento e così candido – attenzione, qui non c’entra nulla il "buon selvaggio” di Rousseau – possiede un’ineludibile natura karamazoviana, «capace di unire tutte le possibili contraddizioni e di contemplare in un colpo i due abissi, l’abisso sopra di noi, degli ideali più alti, e l’abisso sotto di noi, la caduta più vile e fetida», senza però mai cadere in contraddizione. 

Era naturale per Alëša – il minore dei Karamazov fattosi monaco nel mondo – essere un santo: tale era la sua indelebile e azzurra innocenza. Ma lo stupore, e insieme lo sgomento, giungono di fronte a un “colpevole” qual è Dmitrij: giocatore d’azzardo, ladro, perdigiorno e tanto perduto per una cortigiana da arrivare al punto di meditare l’uccisione del suo stesso padre, anch’esso bramoso della bella Grusenka; tuttavia, è proprio in mezzo a quel guazzabuglio di inquietudine, di sensualità e di sfrenatezza che si incontrerà la santità di Dmitrij, vale a dire la profonda verità di quando egli è nobile e, al contempo, di quando è ignobile. Una natura vasta, questa, da perdonare.

È molto probabile che un Aldo Grasso abbia in stima il geniale scrittore russo, ma ci sarebbe da chiedersi il motivo della sua ammirazione. Perché prendere a benvolere un qualsiasi criminale letterario dall’animo puro, senza poi riuscire a capacitarsi di un uomo dalle stesse fattezze morali, ma in carne e ossa? A che serve leggere, se nella realtà non ci si “innamora”? 

I buoni da una parte e i cattivi dall’altra, così si manifesta la bontà manichea della quale dovremmo diseducarci, la stessa per cui ci si compiace di non giudicare mai nessuno – non sta bene, prendere posizione! – intanto che si seppellisce sotto i propri canoni ogni “detrattore”. 

Su questa stessa scia, sarebbe bello – se solo fosse possibile – sentire suonare finalmente anche le campane dei vinti, cioè di tutti quegli sconfitti, confinati ab aeterno dalla parte sbagliata, che sia essa storica, politica o penale; in non pochi casi, si tratterà di vicende umane, cupe e benedette. Senza contraddizione alcuna, però.

Così scriveva Dostoevskij degli “stolti in Cristo”: «Gli juròdivye si segnano nelle bettole e tirano pietre al tempio». Allo stesso modo di un certo stàrets, che scacciava il giusto col bastone e che, di fronte all’assassino, si prostrava. 

Ora possiamo comprenderne il perché.

Fiorenza Licitra

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