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Balotelli: il santino nero non collabora

Avevano fatto male i loro conti, stavolta. Oppure, più probabilmente, non li avevano fatti per nulla: confidando che tutto filasse liscio solo perché così desideravano, e perché non vedevano l’ora di sfoggiare il loro ennesimo reality show da quattro soldi. Che si potrebbe intitolare, in stile poliziottesco anni Settanta, «Azzurri in campo, la camorra trema».

Il plot, si fa per dire, era il seguente: poiché la nazionale italiana di calcio, già qualificata ai mondiali del prossimo anno in Brasile, giocherà stasera a Napoli l’ultima partita del suo girone, il viaggetto in terra campana doveva servire anche a scopi extra sportivi. Testimoniare la vicinanza dell’Italia intera, incarnata dalla sua somma rappresentativa calcistica, alle oneste persone del luogo che si ritrovano a convivere con la criminalità organizzata. Obiettivo principale: i giovani. Che tra la mancanza di lavoro e gli altri disastri assortiti sono ancora più esposti sia alla frustrazione per quello che non hanno e che con ogni probabilità non avranno mai, se si ostineranno a rimanere nei limiti della legalità, sia alla tentazione di ottenere denaro e prestigio, mettendosi al soldo dei clan e provando a fare carriera al loro interno.

A sollevarli dall’angoscia, e a riconfermarli nella imperitura fedeltà allo Stato, ecco dunque i campioni (veri o presunti) del pallone. Che per una volta si sarebbero allenati in un oscuro campetto di periferia, quello di Quarto, il cui valore simbolico è accresciuto dal fatto che si tratta dell’impianto utilizzato dalla squadra locale, sorta a nuova vita dopo che gli inquirenti hanno tolto di mezzo la società che se ne occupava in precedenza e che, ahimè, risulterebbe legata alla malavita del posto. Per dirla con uno solo dei titoli zuccherosi che sono apparsi un po’ dappertutto, «Un calcio alla camorra». Come se davvero bastasse la «grande festa» di un giorno, anzi di qualche ora, a fare da argine permanente al degrado economico e morale di un territorio che sta sprofondando da decenni sotto il peso delle innumerevoli connivenze tra potere politico e delinquenza comune.

Per quanto dozzinale, e all’insegna della peggiore e più trita retorica, il copione era questo e tutto era pronto per metterlo in scena. Con la lusinga aggiuntiva di esibire  l’icona per eccellenza del politicamente corretto in salsa pallonara: SuperMario Balotelli, vessillo dell’integrazione felice vagheggiata dalle varie Boldrini e Kyenge. Africano che di più non si potrebbe (basta guardarlo) e nondimeno italiano a tutti gli effetti (basta averlo adottato da piccino-picciò).

Ma ecco arrivare l’imprevisto. E proprio per mano dell’Eroe Designato. Il quale, esuberante come sempre, si è lasciato scappare un tweet incauto: «Io simbolo anticamorra? Questo lo dite voi. Io vengo perché il calcio e bello e tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c’è la partita».

Ineccepibile, una volta tanto: uno squarcio di sincerità nella ragnatela mediatica che si stava espandendo a 360 gradi, fino a non lasciare libero nemmeno un centimetro dello spazio a disposizione. Sia pure per mero istinto, e sulle stesse coordinate dei suoi tanti altri comportamenti borderline, il giovanotto insofferente si è strappato di dosso i panni – o la maglietta – del santino obbligatorio, tornando a mostrarsi per quello che è davvero: un calciatore di sicuro talento, ma di altrettanto sicura indisciplina, che è determinatissimo a sfruttare le proprie capacità per spassarsela al massimo. Le sue performance sportive in cambio non solo di soldi, e di successo, ma di una sorta di salvacondotto il più ampio possibile. Prendere o lasciare: lui ci mette i gol, così necessari per preparare/rinnovare la Pozione Magica destinata al tifoso coglione, e chi di dovere gli perdona tutto, o quasi.

Un patto (col diavolo?) che non è esattamente inedito e che, al di là dei mugugni o dei rimbrotti di giornata, dal prete anticamorra don Aniello Manganiello che si domanda  «se Balotelli abbia ancora diritto ad essere convocato nella Nazionale» alla senatrice Pd che gli dà dell’imbecille, è destinato a proseguire a oltranza. Lui lo sa benissimo. O perlomeno lo intuisce. E quindi – abiettamente per un verso, giustamente per l’altro – continua imperterrito a fare a modo suo: mica si giocherà sempre a Napoli; mica bisognerà recitare ogni volta la pantomima dei paladini della legge; mica gli diventerà di colpo la pelle bianca, togliendogli il privilegio di essere l’unico adatto, almeno per ora, a interpretare la parte del Beautiful Black Italian Boy.

Federico Zamboni

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