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Israele: a proposito di memoria e di “giustizia”

Il feretro del cattivissimo Priebke è stato preso a calci e a pugni. «Bellissima e giusta reazione da parte degli Italiani, che dimostra come non si può e non si deve dimenticare», ha commentato un solerte Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio. 

Ci sarebbe da vergognarsi per un tale atteggiamento, per chi non nutre vergogna, neppure di fronte a una bara, fosse anche quella di Priebke. E ci sarebbe da provare pietà per la stessa Chiesa che, sprovvista di misericordia, non ha concesso i funerali. Chissà dov’è finito, quell’antipapa del Papa, ora che avrebbe l’occasione di abbracciare francescanamente un grande peccatore? 

A proposito, però, dell’eterna memoria dell’Olocausto subito dagli ebrei – e dalle nostre coscienze mai più redimibili, pare – potremmo restarcene in tema di massacri e di ingiustizie, rinfrescando invece memorie attualissime e capovolgendo le parti: dalle vittime del Nazismo al carnefice Stato di Israele.

Potremmo parlare di quel che oggi resta della Palestina storica: una gabbia a cielo aperto, stretta tra il mare, l’embargo di Israele e, dallo scorso giugno, pure da quello egiziano. E poi il cielo, un cielo di piombo da cui cadono bombe e rovina. 

I numeri dei morti, le date delle sanguinose sconfitte e gli sgomenti, tuttavia, non possono bastare a smuovere, e a infastidire, le troppe “anime belle” non avvezze agli autodafé; occorrono le storie personali e i racconti dettagliati di alcuni dei protagonisti per fare di una “leggenda a distanza” un Ade quotidiano. 

Si potrebbe allora raccontare la storia vissuta da un ingegnere di 42 anni che, nel non lontano 2011, si trovava in Ucraina – il Paese della moglie – per chiedere la cittadinanza. Quel giorno, il 18 febbraio, gli ridevano gli occhi: si stava recando a Kiev per incontrare il fratello, dopo quindici anni di separazione. D’un tratto, però, nella vettura del treno in cui viaggiava comparvero due uomini che, senza fornire documenti né spiegazioni, lo ammanettarono, lo bendarono e lo condussero via. Non fu soltanto un sequestro in piena regola, ma anche una tortura: Dirar Abu Sisi, l’uomo rapito, venne poi infilato, vivo, all’interno di una bara. La destinazione prestabilita era una galera, in Israele, ma questo si venne a sapere dopo un’intera settimana di silenzio e dopo che il Ministero degli Interni palestinese chiese a quello ucraino giustificazioni sulla scomparsa. Si scoprì così che dietro il sequestro c’era il Mossad; l’accusa era la seguente: Abu Sisi, al servizio di Hamas, lavorava sui missili anticarro e sui razzi, tra i quali il Qassam. 

Il 4 aprile dello stesso anno Abu Sisi è stato condannato nel Beershiba per atti terroristici. Ciò nonostante l’ingegnere non si fosse mai impegnato nella resistenza politica, né avesse mai elaborato sistemi di armamento, come hanno testimoniato i suoi stessi docenti ucraini. La sua colpa, in verità, consisteva nel progetto al quale si stava dedicando: apportare varie modifiche sulle turbine dell’unica centrale energetica di Gaza – distrutta dalle forze di occupazione, durante l’Operazione Piombo Fuso del 2008/9 – affinché essa procedesse con una forma di diesel più economica, proveniente dall’Egitto, anziché con il gasolio importato da Israele. 

Imperdonabile crimine, la generosa inventiva dell’ingegnere, che, seppure nella distanza dei continenti, voleva sollevare la sua Ghazza dai continui blackout a cui Israele la costringe, ingiustificatamente e quotidianamente. 

Abu Sisi, in compenso, ha avuto modo di sperimentare fino in fondo cosa significa per un palestinese piombare nelle carceri israelite, dove è buona norma, durante gli “interrogatori preliminari”, legare al detenuto i polsi dietro la schiena – in modo da non potersi riparare per un’eventuale caduta – ordinandogli, intanto, di tenere un piede sollevato. Quando la persona non riesce più a resistere in quella posizione, o anche quando non si decide a vuotare” il sacco della resistenza”, viene picchiata per interminabili ore in testa, nei punti più delicati, come l’orecchio. Il fine è di renderla sorda. Inoltre, il “teste” viene lasciato sotto il sole più cocente senza mangiare e senza acqua, se non si considera quella che le guardie-aguzzine lasciano cadere a pochi centimetri dal suo viso, ma a terra.

Possono durare tre mesi, le indagini, e non è affatto raro che tali supplizi spettino a un ragazzino di quindici anni soltanto, in detenzione amministrativa, senza accusa e senza processo, o meglio, il processo esiste, ma soltanto per il giudice militare, che deve valutare il tempo di detenzione, a seconda delle “prove segretissime”, fornite dall’IPS (Israeli Prison Service) e di cui né l’imputato né il suo avvocato sono a conoscenza. 

Superato brillantemente il “test d’ammissione” alle galere di Israele, ai detenuti spettano gli anni peggiori: confinati in celle d’isolamento di un metro per uno; privati degli abiti pesanti e delle coperte, d’inverno, sono spesso lasciati all’addiaccio, lungo infinite e gelide notti. D’estate, il destino è già noto. Le cure mediche di cui l’imprigionato gode sono da richiedere solo in casi disperati: il rischio è quello di finire, ad esempio, nell’ospedale carcerario di Ramla – “il mattatoio” – dove ai malati vengono somministrati massicce dosi di steroidi e mai cure adeguate. Cosi è stato il caso di Muhammad Brash, che aveva aderito alla Resistenza, in seguito alla morte di Suri, il fratello minore di quindici anni, ucciso durante la seconda Intifada da un militare israeliano, a cui il ragazzo aveva avuto l’ardire di scagliare una pietra. 

Brash era anche un poliziotto, e fu proprio quando, al termine del turno notturno di pattugliamento – a 50 metri da un checkpoint israeliano –  si mise in macchina per tornare a casa che il veicolo esplose. Era facile immaginare chi fossero stati, quella volta, i “terroristi”. Trascorsi due anni dall’”incidente”, le truppe militari andarono a prelevarlo in casa per condurlo, senza né prove né spiegazioni, in galera. 

Fu dal buio serrato di una cella, dopo vani e silenti anni, che Brash riuscì a mandare fuori dalle mura una lettera: «Non dite a mia madre che ho aspettato un’operazione che mi impiantasse la cornea. Non ditele che non posso più vedere. Non dite a mia madre che le schegge dei proiettili  e delle bombe sono ancora dentro di me, che la mia gamba sinistra è stata amputata e sostituita da una di plastica. Non ditele che l’altra gamba si è incancrenita ed essiccata di sangue e vita. Non ditele che sono a conoscenza dei nomi di tutte le terribili malattie e strane medicazioni, insieme a ogni tipo di antidolorifici, mentre guardo il mio amico Zakariyya finire in coma, verso una fine a me sconosciuta. Non ditele che un pezzo di piombo è entrato in me, quel sanguinoso giorno per le strade del campo. E che prima di svenire ho visto un ragazzo correre verso di me sventolando una bandiera palestinese e gridare: “Un martire, un martire!”. Ditele che sono vivo e sano. Ditele che posso vedere, camminare, correre, giocare, saltare, scrivere e leggere. Ditele che il mio sogno non è abbastanza. Troppa è la nostalgia per lei e la sua anima non mi abbandona mai. Di lei conservo la lingua, la mia purezza, i miei simboli attaccati al muro, ognuno dei quali allevia la mia pena ogni volta che la luce scompare intorno a me»

Il martire Muhammad Brash, di anni trentadue, è stato condannato dal fazioso tribunale israeliano a sette ergastoli per attività terroristica, ovviamente, ma, date le sue precarie condizioni di salute, gli sono stati somministrati solo tre ergastoli più 35 anni di detenzione. Ecco, l’ipocrisia feroce di quello Stato che si considera l’unico democratico in tutto il vasto Medio Oriente.

Non c’è da stupirsi per l’alta frequenza degli scioperi della fame (“la battaglia delle pance vuote”, come si usa dire laggiù) dovuti alle condizioni disumane a cui sono sottoposti i detenuti: mancanza d’istruzione – ricordiamo la spropositata quantità di minori presenti: 7000 bambini, negli ultimi undici anni, dai nove agli undici anni, torturati, stuprati e  “tenuti nascosti” dai genitori, ai quali non viene detto il luogo di detenzione – l’isolamento protratto anche per anni interi finalizzato a rendere folle il prigioniero; le perquisizioni violente, quando i gendarmi irrompono a gran voce nelle celle con lacrimogeni, picchiando quei corpi inermi dai piedi atrofizzati e dai polsi consunti, a causa delle corde e delle manette persistenti. 

Per moltissimi Palestinesi carcerati, inoltre, dopo l’ascesa di Hamas nel 2006, non è più possibile ricevere le visite degli avvocati o degli stessi parenti; sono centinaia i detenuti che, da anni (a volte venti) non vedono i propri cari. Parenti, questi, di cui fanno certamente parte le madri, che, alla veneranda età di ottant’anni, partecipano testardamente e coraggiosamente allo sciopero della fame per sentire un po’ del dolore che si prova “dentro quel buio”, per avere più vicino lo strazio patito da un figlio. 

Quale altro bene è permesso a un uomo costretto all’infamia di continue persecuzioni, se non l’affetto esterno? Quale altro orizzonte di libertà gli è possibile per sentirsi ancora un uomo? Nel caso dei Palestinesi, la risposta è semplice quanto ardita: la Palestina, sempre.

«Il segreto è di vivere in una prigione, ma non far vivere mai la prigione dentro di te», queste le parole di Allam Ka’By, arrestato quando aveva solo 15 anni. E continua: «Non sapevo che in realtà avrebbero fatto di me un uomo, imprigionandomi così giovane». Incarcerato anche lui per avere scagliato pietre e rabbia contro i mitra dalle pallottole al fosforo o contro i blindati israeliani? No, il reato è sempre lo stesso: essere palestinese.

Quando si ha la grazia di uscire da una delle prigioni sopracitate, l’ex detenuto viene confinato in un luogo in cui non abita la sua famiglia, in barba alla risoluzione 607 del Consiglio di Sicurezza, che vieta a Israele di «deportare i civili palestinesi dai territori occupati».

Così, se da Gerusalemme un vecchio padre o una ragazza desiderano abbracciare il “deportato” arbitrariamente trasferito a Gaza, dovranno spostarsi in autobus fino a ELiat, confinare in Egitto e attraversare il valico di Rafah. Due giorni di viaggio quando occorrerebbero meno di due ore, se Israele consentisse il passaggio dal checkpoint di Erez. Ecco, come continuare l’umiliazione e mantenere la distanza dalla vita, dopo la galera.

C’è un uomo che dalla città di Gaza, sorretto dal bastone, si arrampica fino al monte Alkashef per contemplare l’orizzonte sottostante. L’uomo è un vecchio che, rannicchiato su un brandello di Terra Santa, guarda come un innamorato il suo villaggio d’infanzia, Beit Jirja – strappatogli durante la Nakba del 1948 – e piange sommessamente.

Sono trascorsi sessantacinque anni da quell’inaudito ratto e, ai tempi, aveva un bel dire il primo Ministro Ben Gurion a sostenere che tanto i vecchi sarebbero morti, mentre i giovani avrebbero dimenticato. Ma come dimenticare tanto eterno presente? Come scordarsi del “ritorno a casa”, le cui chiavi restano la magnifica eredità lasciata in custodia, generazione dopo generazione? Come abdicare agli avi e ai figli che verranno?

«O si è sensibili a tutte le disgrazie umane, o ci si considera l’unica rappresentanza umana per cui doversi dispiacere, mentre tutti gli altri sono solo “animali parlanti”, poco più che bestie, come celebra il Talmud, e quindi indegni», così ha scritto nella sua opera “L’industria dell’Olocausto” Norman Finkelstein, figlio di genitori sopravvissuti al ghetto di Varsavia.  

Vergogna all’ONU, compiacente delle atrocità inflitte quotidianamente ai Palestinesi. Vergogna a chi celebra ogni piè sospinto il “Giorno della Memoria”, mentre acconsente placidamente all’eccidio fisico e morale di un popolo indifeso. Vergogna ai singoli Stati che vigliaccamente, per meri interessi economici, non adottano mai provvedimenti contro i crimini perpetrati da Israele; crimini contro l’umanità, ben inteso, gli stessi imputati ai feroci nazisti come Priebke. E vergogna ai media, tutti o quasi, che, prolifici di giustizia e di buone intenzioni, tacciono. 

È dal loro omertoso silenzio che Israele ricava l’immunità sui morti e ancora sui vivi.

Fiorenza Licitra

 

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