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Decreto scuola: il deserto culturale di un vuoto a perdere

Poco più di un secolo fa i futuristi volevano chiudere i battenti dei musei e mettere al bando, talvolta anche fisicamente, i “passatisti”, tutti quei nostalgici del Bello declinato al passato remoto. Oggi, sulle scie della “Riforma Gelmini”, arriva il “Decreto Scuola” – varato dal Ministro Carrozza – che dà continuità al proposito di esiliare lo studio della storia dell’arte da molti istituti superiori. Mutatis mutandis, qual è la differenza, tra la prima e la seconda “apostasia”? Soltanto la rivoluzione estetica ed etica, ecco.

I futuristi erano mossi da un ventaccio malapartiano atto a scrostare le muffe di vecchiume e a spazzare via le polveri degli intellettualismi, accumulatesi nei secoli dei secoli. Le loro visioni – tra cui l’estetica della velocità, la guerra come “igiene del mondo” e la supremazia della tecnica sulla natura – potevano essere condivisibili o meno, ma a comandare l’intero movimento, sorto dal Manifesto Futurista del 1909, restava la sacrosanta urgenza di rivitalizzare e di purificare l’arte: la vera blasfemia non era lasciare affogare nelle fiamme la Venezia dei «forestieri e degli antiquari falsi, calamita dello snobismo e della falsità universale», o distruggere i musei (“mausolei”), le biblioteche e le accademie tutte, quanto pensare il Bello come dato e finito, vale a dire morto. Insieme a esso, l’uomo. 

Dagli azzardi gastronomici (la nouvelle cuisine non ha inventato nulla) alla scompostezza teatrale, dalla “volatilità” pittorica alle dissonanze musicali di Russolo, ogni ricerca andava esperita attraverso l’inventiva personale non indotta, la curiosità nomade, il furore della fatica e, infine, lo schianto di quel che, immodestamente, irrompe nella vita. Fermo restando che, dal progresso alla tecnica, tutto doveva rimanere un mezzo al servizio dell’uomo e del suo istinto costantemente precursore e artefice. Mai il contrario. Ad ancorare tanto miraggio, la poesia – indimenticabile quella scolpita, nero su bianco, da Luciano Fulgore – che dall’immanente sapeva ricavare sublime trascendenza. 

Un sogno a occhi aperti, una rivoluzionaria avventura e un’irrepetibile fatalità, il futurismo in Italia, portato avanti da uomini e donne che osarono divenire assoluti protagonisti del proprio tempo, infischiandosene dei tempi. 

La riforma che, dal prossimo anno, tende a eliminare la storia dell’arte da molti istituti professionali (l'alberghiero-turistico), nonché da diversi licei, non ha nulla di ardimentoso né di strabiliante per la semplice ragione che tale progetto, in perfetto accordo con la dirittura odierna, è portato avanti non da artisti, idealisti e beatamente inattuali, ma semplicemente da affinati burocrati, da pillaccherosi tecnocrati e sempre, sempre, da infiniti mediocri; gentaglia, questa, che vive per indole e pensiero riflessi: è sempre e solo l’utile più pragmatico e l’assoggettarsi ai diktat imperanti per i quali è meglio assomigliare che eccedere, il fine che smuove ogni intento, fiacco o sbagliato che sia. Tertium non datur

Al punto in cui siamo oggi, il “Decreto Scuola”, è un vuoto a perdere: la privazione di valori artistici e culturali sembra destinata a non essere compensata da altri nuovi. Sicuramente, per lo meno, i suddetti valori non potranno essere rimpiazzati da un corso avanzato di inglese, di informatica o di economia aziendale, idonei a sfornare ancora impiegati, funzionari o, al peggio, businessman

All’uomo del domani mancherà quella che il filosofo Wittgenstein chiamava “la visione perspicua”, «la capacità di cogliere qualcosa di determinato in relazione a un contesto più vasto e, dunque, il sapere stabilire una serie di relazioni tra ciò che è presente e ciò che non lo è». L’invisibile nel visibile, irriducibile nel Bello e, quindi, nella vita: non si dà l’infinito senza il finito; così è l’impareggiabile insegnamento di ogni estetica e il capolavoro di condotta proprio di ogni esteta.

Occultare la storia dell’arte, oggi come oggi, significa non soltanto gettare l’uomo in un deserto culturale, ma, infinitamente peggio, cultuale. 

Fiorenza Licitra

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