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Bloody Sunday. Il popolo irlandese reclama giustizia. Novità in vista

Le vittime irlandesi di una cruenta domenica di 41 anni fa, uccise per mano dell’esercito britannico, avranno finalmente giustizia. Almeno tutto sembra andare nella giusta direzione per merito delle indagini in corso, che proseguono da più di un decennio. 

I paracadutisti inglesi colpevoli di aver ucciso 14 irlandesi quella “domenica di sangue” (“Bloody Sunday”) del 30 gennaio 1972 quando, nella città di Derry, tirarono il grilletto delle loro armi automatiche, sparando contro una manifestazione di inermi cittadini irlandesi che chiedevano il rispetto dei diritti civili, potrebbero essere arrestati dalla polizia con l’accusa di omicidio o di tentato omicidio, come ha reso noto un recente documento pubblicato dal quotidiano Sunday Times

Il rapporto Saville, questo è il nome del documento pubblicato con l’aggiunta di alcune importanti novità dal giornale britannico, ha sottolineato che oltre 20 soldati inglesi, oramai in pensione, rischiano di essere interrogati dalla polizia e di essere arrestati a causa dei colpi sparati con le loro armi quella maledetta domenica del 1972. 

Il Ministero della Difesa britannico ha già dato il via alla nomina degli avvocati da assegnare ai militi per assumere la loro difesa. Quasi tutti i militari finiti nelle indagini hanno ormai compiuto 60 o 70 anni. Saranno interrogati per comprendere il loro ruolo nella strage quando all’epoca vestivano la loro divisa dell’esercito di Sua Maestà e aprirono il fuoco senza pietà contro un gruppo di partecipanti a una marcia per i diritti civili. Le truppe di soldati che uccisero 14 irlandesi dovranno difendersi dall’accusa in un processo che riaprirà le ferite di uno degli episodi più noti e sanguinosi della storia di quegli anni di lotta contro l’occupazione britannica del Nord Irlanda: i cosiddetti “troubles”, anni in cui a partire dalla fine del 1960 provocarono un duro scontro etnico-religioso tra gli occupanti inglesi e il movimento repubblicano irlandese, fino agli “Accordi del Venerdì Santo” del 1998, quando una parte del movimento di liberazione nazionale decise di sottoscrivere una tregua con il nemico britannico, svendendo lentamente quella che era stata una vera e propria guerra contro l’oppressore. Una lotta contro la dominazione britannica che lasciò dietro di sé migliaia di morti e feriti, una lunga scia di sangue, tra cui le vittime del Bloody Sunday.

La decisione di nominare gli avvocati è giunta quasi tre anni dopo l’inchiesta che 12 anni fa venne avviata dal magistrato Lord Mark Saville per capire le cause di quella mattanza compiuta ai danni dei civili irlandesi. Ma il rapporto aveva concluso che tutti coloro che caddero sotto i colpi sparati dai paracadutisti inglesi durante la marcia nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry erano disarmati, sottolineando che le scariche dei fucili automatici e dei mitra erano “ingiustificate e ingiustificabili”. L’indagine avrebbe confermato che l’esercito perse il controllo della situazione e che i soldati spararono ancor prima di capire cosa stava accadendo, tanto che alcuni di loro avrebbero poi mentito per nascondere la loro colpevolezza. Nonostante le accuse contro i militari britannici le dichiarazioni del rapporto sembrano un pretesto bello e buono per salvare capra e cavoli, nella speranza di potersi salvare con delle attenuanti che in realtà non vi possono essere poiché i cittadini che manifestavano quel giorno erano totalmente disarmati e quindi incapaci di colpire o di rispondere ai colpi di arma da fuoco dell’esercito dell’occupante britannico. Quelli erano anni infatti in cui la lotta contro il giogo inglese si faceva serrata e quei cittadini repubblicani furono soltanto alcuni delle numerose vittime innocenti dell’epoca.

Dopo che il rapporto è stato pubblicato nei mesi scorsi, finalmente il primo ministro britannico David Cameron ha pubblicato le scuse formali alle famiglie irlandesi in nome della nazione inglese. Presentando il rapporto redatto dalla Commissione d’inchiesta voluta nel 1998 dall’allora primo ministro Tony Blair, il premier britannico David Cameron nel giugno di tre anni fa aveva ricordato che il massacro, provocato dalle truppe britanniche, era assolutamente privo di qualsiasi giustificazione plausibile e che le indagini avevano evidenziato in modo “molto chiaro” le colpe dei militari. «Alcuni membri delle nostre forze armate hanno agito in modo sbagliato», aveva osservato Cameron in un discorso alla Camera dei Comuni. «Il governo – aveva proseguito il premier – è responsabile della condotta delle forze armate. E per questo, a nome del governo e del nostro Paese, chiedo profondamente scusa». Al termine del discorso Cameron ha però difeso «l’impegno e il coraggio» dei militari britannici nel Nord Irlanda, dimostrando che nonostante tutto gli inglesi restano pur sempre dei colonialisti della peggior specie i quali amano reprimere qualsiasi opposizione decisa dai popoli oppressi dal loro dominio, come dimostra ancora l’occupazione delle isole Malvinas/Falkland rivendicate dall’Argentina.

Per redigere il rapporto di 5.000 pagine sono stati ascoltati 2.500 testimoni, con 922 deposizioni e 195 milioni di sterline di spesa. Nel 1998 Blair, sotto la pressione delle famiglie delle vittime innocenti di quell’orrenda strage e per raggiungere un’intesa con il Sinn Fein al fine di ottenere il via libera alla devoluzione britannica dall’Irlanda, ordinò al giudice Saville di fare luce su quanto accadde all’epoca dei fatti tristemente accaduti.

Ora a quelle notizie del 2010 se ne aggiungono altre. È stata appunto una recente edizione del Sunday Times a riportare la notizia che una fonte vicina alla polizia dopo aver visto i documenti del governo ha confermato le novità grazie alle indagini. La fonte ha precisato che «questo è soltanto l’inizio. È la prima volta che dei  soldati britannici coinvolti in un vero e proprio massacro di civili inermi vengono formalmente interrogati dalla polizia nell’ambito di un’indagine per omicidio. Ed è molto probabile che alcuni dei soldati verranno perseguiti penalmente con condanne e detenzione». Un successo per i familiari delle vittime che ancora attendono giustizia. Ma non è tutto oro quel che luccica. 

Un portavoce della polizia nord-irlandese (PSNI) ha dichiarato al giornale che i tempi per una piena condanna e detenzione potrebbero essere piuttosto lunghi. Il rappresentante della PSNI ha precisato le cause delle lungaggini affermando che «è iniziato il lavoro preliminare» in quella che sarà una lunga e complessa indagine sull’eccidio del 30 Gennaio 1972. «Poiché le indagini dovranno essere il più complete ed efficaci possibili – ha proseguito il portavoce – la polizia ha proposto il sostegno per mezzo di testimoni che hanno concesso prove per l’inchiesta Saville e ora sono pronti a fare altre dichiarazioni agli investigatori»

L’inchiesta in corso ha provato che 26 soldati, tra cui alti ufficiali, caporali e sergenti avevano aperto il fuoco in quella tragica domenica di 41 anni fa, anche se non tutti i colpi sparati provocarono la morte dei manifestanti. E ha sottolineato come due soldati, identificati come il Caporale F. e il soldato G., probabilmente colpirono ben otto o dieci manifestanti. Il giornale britannico non ha mancato di ricordare che la maggior parte degli assassini sono ancora in vita, ma i loro nomi non sono mai stati resi pubblici per proteggerli da eventuali rappresaglie del movimento di liberazione nazionale, che cova sotto le ceneri pronto a riprendere la lotta contro il giogo di Londra ai danni del popolo nord-irlandese. 

Andrea Perrone

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