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Onorare il padre e la madre: un dovere? No, un diritto

Nel 2009 un signore aretino diede uno schiaffo al figlio di sei anni, che, svogliato e capriccioso, rifiutava di esercitarsi nella lettura. Il segno rosso lasciato sulla guancia dal manrovescio insospettì – ed evidentemente fece inorridire – la madre, che chiese prontamente ragione all’uomo. In seguito alle spiegazioni, il bambino, a causa del forte shock che avrebbe subito, per alcuni giorni non è stato mandato a scuola, mentre la sconvolta donna, ha denunciato il marito per maltrattamento su minori, costituendosi poi parte civile al processo. Addirittura. 

Nei giorni scorsi, ingiustizia è stata finalmente fatta: il giudice Manuela Accurso Tagano ha inflitto all’uomo la pena – al momento sospesa – di un mese di detenzione, per abuso dei mezzi di correzione, e a versare un risarcimento alla moglie, oggi ex.

Una vicenda di tal fatta non può lasciare indifferenti, sia per lo spessore demenziale, sia – soprattutto – per la pericolosità delle conseguenze, le quali, più del genitore, vanno a colpire il soggetto che si vorrebbe perennemente tutelato: il minore. 

Un caso simile, cui sembra essersi ispirato il Tribunale di Arezzo, era stato quello della Corte del distretto di Södertörn (Svezia), che – applicando alla lettera la legge del 1979, che tuttora vieta tassativamente i castighi corporali, anche i più lievi – ha condannato alla galera un uomo per «avere volontariamente provocato dolore» al figlio, dodicenne e recalcitrante, tirandogli i capelli all’ingresso di un ristorante. Bizzarro provvedimento penale, per un Paese come la Svezia, la cui giustizia, da una parte, spedisce in gattabuia un disgraziato che ha usufruito del suo potere patriarcale – in vista di un bene educativo, probabilmente – mentre, dall’altra, assolve, con un processo senza scalpore, un tizio di 65 anni, che si è masturbato in pubblico, sulla spiaggia di Drevviken, perché «il gesto non era rivolto a nessuno in particolare»: neppure allo sguardo dei bambini che scorrazzavano nelle vicinanze, evidentemente. 

Se in Svezia i sintomi di una società schizofrenica sono ben “visibili” e chiari, in Italia invece la bipolare patologia è ancora mitigata da un pudore ipocrita, che corrisponde non a dei principi etici, ma solo a mere convenienze sociali e alla rilassatezza dei costumi, portata avanti, a furor di intolleranza, dai più biechi moralisti e perbenisti. Per tale “tiepidezza”, il male risulta ancora più subdolo e arduo da sconfiggere. 

Cos’è peggio? Uno scappellotto – anch’esso, alla stessa stregua di una violenza, malvisto – o l’assecondare il capriccio di un bambino, che, abituato a essere sempre “capito” e iperprotetto, crescerà come un rammollito? 

Cos’è peggio, un figlio che si permette di insultare la propria madre, anche per quisquilie o come semplice intercalare, oppure il genitore che, invece di assestargli un sonoro e sano ceffone, gli spiega, magari persino giustificandosi, che la cosa “non si dovrebbe fare”?

Il problema non riguarda il diritto ad alzare le mani perseguito come metodo educativo, bensì il sacrosanto dovere dei genitori di disciplinare i figli con le buone e, se costretti, perfino con le cattive, affinché essi, un domani, non diventino succulenti prede né di una società che si sfama di pensieri deboli e viziati, né di una vita dura e beffarda, rispetto alla quale non si è mai all’altezza. Ecco, la migliore “comprensione”, che ogni padre e ogni madre dovrebbe rivolgere a un ragazzo: fare di lui un uomo il prima possibile, perché non si diventa adulti a trent’anni o a quaranta, se non lo si è già a diciotto.

Questo non significa affatto bastonare a sangue e in modo gratuito la prole, ma dimostrarle quando serve, attraverso fatti concreti e immediati, i limiti e i rispettivi ruoli, nonché gli equilibri dettati anche dalla qualità della “forza” e non soltanto dall’ascolto e dal dialogo, che non possono certo essere messi in discussione per un manrovescio, anzi.

Il punto, ancora, è che quella superstizione moderna che è la psicologia – da sempre invischiata in vicende paranormali, pansessuali e parossistiche – ha fatto più male che bene: è andata via via a scardinare quel “così è stato sempre, da che mondo è mondo”, che contempla anche l’eventualità di una punizione fisica, da cui fiorisce, sì, la ribellione, ma in eguale misura il rispetto, in base al quale non occorre essere d’accordo per ubbidire. 

La comprensione del “sì” e del “no” , del “si deve” e del “non si deve”  verrà raggiunta soltanto negli anni a venire – molto spesso anche con sommo ritardo – ma la disciplina all’ubbidienza, apparentemente fine a se stessa, in realtà resta un mezzo fondamentale per acquisire sovranità caratteriale e comportamentale.

Quando un tribunale commina una pena detentiva a un genitore per avere mollato un ceffone al figlio indolente – vale a dire per futili motivi – non fa altro che condannare un bambino di sei anni alla vista del proprio padre “punito”. Questa sarebbe già una grave offesa per un adulto – insopportabile, a qualsiasi età, è l’impotenza di un genitore – ma per un bambino, che non dispone ancora di solidi mezzi di difesa e di interpretazione, si tratta di un’umiliazione in piena regola: spodestare un genitore della sua autorevolezza equivale a metterlo a nudo di fronte agli occhi innocenti del proprio figlio e a non consentire a quest’ultimo, di fatto, un confronto di “forze” per affrancarsi. Ecco l’imperdonabile aggravante a carico della Corte.

Venendo meno l’autorevolezza, infine, viene meno quell’autorità, quell’immutabile credo per cui un padre resta sempre padre. Viene così a mancare la fonte primaria da cui bere e dissetarsi – anche quando fa male, quando costa fatica, quando sembra non sia giusto – che un giorno farà benedire tanta “battaglia”.

Fiorenza Licitra

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