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Spie, spioni e sudditi

La Cia ti spia con l’aiuto della polizia, la Cia ti spia e non vuole più andare via. Così cantava Eugenio Finardi, nel 1976. Ciò che però non poteva certo immaginare è che la Cia non è che una delle tante agenzie di raccolta di informazioni a disposizione del governo degli Stati Uniti e del suo apparato industriale, economico e finanziario. E a voler vedere bene, la Cia non è nemmeno la più informata. 

Sono infatti circa una trentina le strutture di intelligence statunitensi e di queste, la più importante, sia per dipendenti che per disponibilità di mezzi, è la National Security Agency che dispone di due basi operative. La più conosciuta è quella di Fort Meade nel Maryland, sulla costa atlantica. La più recente è quella in fase di completamento nel deserto dello Utah. La prima si occupa di vagliare tutte le telefonate che avvengono nel mondo, la seconda tutti i messaggi e-mail. Lo spionaggio elettronico (in termini tecnici SIGINT) è una realtà da decenni ed il Paese che lo utilizza da sempre per spiare nemici ed alleati sono appunto gli Stati Uniti. 

Se per vagliare tutte le telefonate via cavo e via etere, con satelliti e con stazioni d’ascolto a terra sparse in tutti gli angoli del mondo (il cosiddetto sistema Echelon), Washington utilizza la collaborazione degli altri quattro Paesi anglosassoni (Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda), per le comunicazioni che passano sulla rete, la NSA fa invece tutto da sola, considerato che più o meno tutte le principali aziende di hardware e di software sono statunitensi. Grazie a questo vantaggio tecnologico competitivo, la Nsa e il Pentagono hanno sottoscritto da anni accordi più o meno segreti con le varie Ibm, Apple e Microsoft per inserire vere e proprie cimici sia nei computer che nei loro sistemi operativi. A tutti noi è capitato ricevere messaggi della Microsoft che ci avvertiva come fosse stato reso disponibile un nuovo sistema operativo o l’aggiornamento di quello a nostra disposizione. Che fossimo spiati era quindi evidente e l’indignazione generale dei vari Hollande e Merkel appare davvero spassosa, se non fosse che essa è ridicola. 

Ma come, hanno protestato i due compari, gli Stati Uniti spiano noi che siamo i suoi più fedeli alleati in Europa? Washington non ci può mica considerare alla stessa stregua di un qualsiasi Paese del cosiddetto Terzo Mondo, in particolare quelli animati da un odio viscerale verso l’Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare! E che diamine! 

Merkel ed Hollande fanno finta di ignorare che da alleati a sudditi e a servi il passo è piuttosto breve e che l’esistenza di questo secondo sistema di spionaggio elettronico non poteva essere ignorato dai due governi. Viviamo infatti oggi in un mercato globalizzato nel quale le informazioni sono potere. Essere a conoscenza dei segreti economici, politici e tecnologici di un altro Paese e delle sue imprese, permette a chi lo gestisce di giocare d’anticipo anche sulle mosse dei governi “amici” e al tempo stesso di offrire un aiuto alle imprese nazionali. 

È chiaro che la Nsa e il governo Usa non esiterebbero un secondo ad offrire informazioni riservate, brevetti e know how ad imprese nazionali se questo servisse a vincere la concorrenza non soltanto della Cina ma anche dei Paesi europei. Una realtà che da sempre è ben chiara a tutti gli apparati di intelligence mondiali, europei, russi ed asiatici. Eppure, abbiamo dovuto sopportare che l’ex PD, Marco Minniti, sottosegretario di Letta con delega sui servizi segreti, dichiarasse che “i nostri 007 non sapevano”. Non sapevano? In certi casi, non sapere risulta essere molto peggio che occultare e Minniti dovrebbe saperlo bene. Ignorare qualcosa che ha a che fare con la sicurezza dello Stato è infatti una colpa imperdonabile, perché vuol dire che funzionari ed agenti dei servizi segreti militari e civili (Aise ed Aisi) invece di cercare informazioni scaldano la sedia. Ma non è così e non può essere così perché pure le nostre “barbe finte” sono brave professionalmente e ricevono spesso informazioni riservate dagli Usa su questa o quella realtà estera. 

Siamo d’accordo che in Italia si è avuto un crollo delle competenze in tutti i settori e che i nostri politici oltre che cialtroni sono per lo più incompetenti. Ma nelle nostre intelligence, negli ultimi decenni, vi è stato un non indifferente afflusso di esperti in sistemi informatici, i quali non potevano non conoscerne tutte le potenzialità, comprese quelle sulla possibilità di essere costantemente intercettati.

Il vice presidente Usa, John Kerry, di fronte alla rivelazione che le 35 principali potenze e politiche ed economiche del globo sono spiate regolarmente dalla Nsa, ha cercato di salvarsi in corner dichiarando che in tal modo «gli Usa difendono il mondo». Al che si potrebbe replicare che il mondo non ha bisogno di essere difeso dagli Stati Uniti e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliersi liberamente amici e nemici. A meno che non sia una colonia. E che in ogni caso, di fronte allo spionaggio della NSA, le minacce più concrete vengono in questo momento proprio dagli Usa. Siamo di fronte al solito copione utilizzato da Washington: vi spiamo, vi bombardiamo (vedi l’Afghanistan e l’Iran) ma lo facciamo per il vostro bene.

La apparente sorpresa e le indubbie bugie rivendute da Minniti fanno il paio con quelle di Romano Prodi, presidente del Consiglio nel 1998, quando emerse la vicenda di Echelon. Prodi, forse ancora preda dei postumi della seduta spiritica su Via Gradoli, bofonchiò parole sconnesse all’insegna di “non so, forse, boh...” per poi concludere: «Sì, mi dicono che esiste». Come se non lo sapesse, visto che stazioni di ascolto Usa erano e sono presenti anche su territorio italiano. Oltretutto, Prodi non poteva non sapere, perché era stato professore di Economia e Politica Industriale all’Università di Bologna e, come tale, non poteva non conoscere tutti i mutamenti e i progressi tecnologici dei sistemi industriali nei Paesi occidentali. 

Il funzionamento di Echelon era comunque perfettamente descritto in romanzi di spionaggio a larghissima diffusione come “La Talpa” di John Le Carrè (1974) e “Il Negoziatore” di Frederick Forsyth (1989). Addirittura nel 1997, era uscito in Francia un libro di Jacques Baud “Encyclopedie du Reinseignement et des Services Secrets” (Editore Lavauzelle) nel quale erano riportate delle cartine geografiche con tutte le basi d’ascolto statunitensi e britanniche presenti nel mondo. Con una realtà incredibile. Quella dell’esistenza di stazioni d’ascolto della Nsa nel Nord Ovest della Cina Popolare a Qitai e Korla. Quindi nell’area a ridosso dei confini con la Russia e il Kazakhistan. A testimonianza che i rapporti politici ed economici tra gli Usa e la Cina sono nati e si sono sviluppati su protocolli che restano tutt’ora ignoti. 

Ma non soltanto questo. Il libro riportava anche cartine con l’indicazione delle stazioni di ascolto russo, cinese e francese. E due di quelle cinesi coincidevano significativamente con quelle di Qitai e Korla della NSA. Così, subito dopo l’emersione della realtà di Echelon, in seguito ad una interrogazione di un deputato laburista britannico all’Europarlamento, diversi settimanali francesi aprirono gli occhi, che erano stati tenuti deliberatamente chiusi, e pubblicarono articoli nei quali con un orgoglio da grandeur si parlava del sistema di ascolto francese che aveva ed ha tuttora la sua base operativa nella Guyana dalla quale, non a caso, vengono messi in orbita i satelliti spia di oltralpe.

Ma oggi, a differenza di 15 anni fa quando lo spionaggio investiva le telefonate, gli Usa dispongono di un vantaggio ancora maggiore, anzi incolmabile ed invincibile, in quanto possono controllare sia l’hardware che il software. E questo dovrebbe far riflettere sulla incapacità dei Paesi europei di essere padroni del proprio destino anche in campo tecnologico. Anche questa dipendenza da oltre Atlantico in un settore così strategico ci condanna infatti ad un eterno destino di colonia.

Irene Sabeni

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