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La campagna contro il femminicidio e dintorni può essere fatta alla “Boldrini”, con tutta l’insostenibile geremiade del “se non ora, quando?”, oppure può essere portata avanti alla “Brancalion”, il noto pugile finito in carcere per avere malmenato la sua fidanzata. Chi meglio di lui, infatti, e chi meglio di lei – a distanza dalla retorica partitica e mediatica – possono raccontare, da “protagonisti del male”, un lieto fine insopportabile a tutte le anime belle boldriniane? 

Questa è la storia: Antonio Brancalion, ex campione internazionale di boxe, violando il divieto del tribunale di Rovigo di avvicinarsi all’ex compagna conosciuta e amata due anni prima, lo scorso 21 aprile è finito in galera con l’accusa di stalking, ingiuria, danneggiamento aggravato, sequestro di persona e violenza privata. Scontata la pena, è tornato in libertà, ma, a differenza del passato, è un uomo diverso – egli dice  “rinato” – e chi lo conosce a fondo, può testimoniarlo. Tra le poche voci fuori dal coro, ce n’è una, forse inaspettata: quella di Daniela, l’ex compagna, che proprio pochi mesi prima, denunciandolo alle Forze dell’Ordine, ne aveva segnato l’epilogo carcerario. Due giorni fa, nel corso di un’intervista al “Gazzettino”, Daniela, che di persecuzioni ne ha subite e parecchie, ha dichiarato la sua intenzione di tornare con il boxeur, perché la vita senza di lui è insopportabile.

«Storia diversa per gente normale», come l’avrebbe definita un celebre cantautore. E così è, per coloro che, nulla sapendo in fatto di ossessioni, tormenti, preghiere e bestemmie, non comprendono né molto né poco del “ferro e fuoco” di certi amanti. 

Tutto è lecito, si diceva un tempo, in amore e in guerra. Vale anche oggi, certamente. Attenzione, però, questo non giustifica affatto l’umiliazione dell’altra persona, le botte feroci o addirittura il procurarle la morte; significa soltanto che il rapporto tra un uomo e una donna può avere spesso delle ragioni, nonché un equilibrio, che né la Legge né nessun altro sono in grado di comprendere; ecco l’intima solitudine di un amore, quando questa terra pare all’improvviso spopolata.

Quante sono le ragazze che si legano a un uomo sposato e che trascorrono, austere e fedeli, la migliore giovinezza in perenne attesa di un sì, senza scadenza? Quanti, gli uomini che, a distanza di anni dalla separazione, nel buio di una stanza rimpiangono ancora un amore mai abbastanza lontano? E quante, le coppie che vivono di smodate gelosie, di litigi furiosi e di carezze inaudite? Rapporti, questi, che osservati da fuori appaiono – e magari lo sono – assurdi, nocivi e sconclusionati, ma che, vissuti sulla propria pelle, seguono una rigorosissima traiettoria, cioè l’impossibilità di mancare a un appuntamento in particolare: l’incontro con il proprio destino.

Si parla tanto delle donne con “le palle”, quelle che guai a sfiorarle con un fiore, tutte carriera, trucco e alito fresco – pur avendo spesso le volgarità più truci sulla bocca – quelle che alla famiglia ci pensa qualcun altro,  essendo esse troppo indaffarate a sentirsi donne, più che mogli e madri, quasi tali ruoli fossero in antitesi con la femminilità; quelle che il futuro ce l’hanno in pugno, beate loro, e i maschi ai piedi, poverette: non sapranno mai nulla delle vette e degli abissi procurati da una sola tempesta; quelle che amano gli uomini che le fanno ridere, quando è un fatto ormai conclamato che la femmina agogna il maschio capace di farla piangere come mai nessuno prima; quelle che di fronte a una “Daniela” inorridirebbero, giudicando lei una poveretta senza speranza – forse neanche se la merita, la speranza, e ben le sta, direbbero – e lui un irrimediabile bruto.

Poi ci sono le femmine di cui la nostra benemerita società fa abitudinariamente strage morale e razzista (o dovremmo dire che compie femminicidio?): ragazze pulite, angeli del focolare, madri che di figli ne vorrebbero a bizzeffe, ribelli rispetto a un sistema tanto produttivo quanto sterile, e ancora promesse spose o già spose, ricettacoli di accoglienza, nel bene e nel male, in salute e malattia, ricchezza e povertà; donne che osano l’azzardo – sfidano l’eterno a irrompere nel tempo finito – e che, pur essendo mogli, madri, lavoratrici (incluse le massaie), restano invincibili amanti. 

Donne che, a prescindere dallo status quo, dai dettami dell’efficienza e dalla fortuna contingente, fanno parte dell’economia vitale e sensuale di una «storia comune per gente speciale». Donne intrinsecamente femminili: piene di grazia, graziano.

Infine, ci sono  dei maschi che, simili ad ancestrali fiere, marcano il territorio, perdono il sonno e la ragione, ma sono disposti, infischiandosene della Boldrini, a giocarsi persino la libertà pur di riversare l’amore, che a volte è sì bruto, ma ancora audace, autentico, sanguigno. 

Solo una regola può darsi agli amanti: niente tiepidezza, è un delitto!

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