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Argentina. Resiste la legge che vieta gli oligopoli mediatici

A due giorni dalle elezioni di medio termine argentine, gli stessi media che le avevano commentate come una sconfitta del kirchnerismo si sono dovuti rassegnare alla Legge di Servizi di Comunicazione Audiovisiva (Ldsca) varata nel 2009, che era rimasta, però, bloccata su richiesta del gruppo editoriale Clarín. La Corte Suprema ha definitivamente deciso per la piena applicabilità della “ley de medios” che stabilisce il divieto di monopoli e oligopoli nel settore delle comunicazioni.

Batosta punitiva, verrebbe da commentare, per l’interpretazione parziale e forzata fornita dell’esito del voto di pochi giorni fa, la stessa chiaramente ripresa dai media mondiali allineati. La vittoria, a Buenos Aires, di Sergio Massa, definito un “peronista pentito” ma in realtà un liberal-conservatore che era entrato nel Partido Justicialista intravedendo le possibilità di carriera in un partito che è stato per anni maggioranza, e poi uscitone per seguire la “carriera da solista” con una nuova formazione, è stata infatti commentata come la sconfitta di Cristina. La realtà è un’altra: gli equilibri nel Parlamento argentino non sono cambiati sostanzialmente. Gli elettori hanno rinnovato la metà dei deputati ed un terzo dei senatori e la maggioranza kirchnerista, nonostante le innegabili sconfitte in distretti importanti, come appunto Buenos Aires, resta sostanzialmente la stessa, aumentando anzi lievemente il numero dei seggi.

Occorre tenere conto della forzata assenza dalla scena politica di Cristina Kirchner, costretta al riposo assoluto dopo un intervento per un ematoma alla testa. La “presidenta” non è potuta intervenire nella campagna elettorale e solo tra qualche giorno commenterà i risultati elettorali e le loro conseguenze. Intanto però può festeggiare per la sentenza della Corte Suprema argentina che ha dichiarato costituzionale in toto la legge sui media, rimasta finora in stallo a causa dei ricorsi del Gruppo Clarín che si era opposto alla redistribuzione delle licenze (un terzo allo Stato, uno ai privati e uno a organizzazioni sociali senza fini di lucro) imposta dalla norma.

La Corte ha sostenuto che i diritti dell’impresa non vengono intaccati dalla norma. In una delle decisioni più attese della storia giudiziaria argentina degli ultimi trenta anni, la Corte Suprema ha quindi dichiarato costituzionale la Ldsca e ha difeso la sua essenza antimonopolista come parte del cammino per «il rafforzamento della libertà di espressione e del diritto all'informazione di tutti gli individui», affermando non solo che il Gruppo Clarín non è stato danneggiato nei suoi diritti ma sottolineando la validità di una norma che è capace di garantirli pienamente. Contemporaneamente, riconosce allo Stato la facoltà di regolare il mercato dei media, dove non ci siano diritti acquisiti sulle licenze, il che non esclude che se un'impresa proverà nel futuro di aver sofferto un danno patrimoniale a causa del suo adeguamento al nuovo schema possa reclamare un risarcimento.

La sentenza ha puntato l’attenzione sul fatto che i «limiti alla quantità di licenze e registri» permettono di garantire l'obiettivo di «regolare il mercato di mezzi audiovisivi per promuovere la diversità e la pluralità di voci ed evitare che si consolidino prestatori in posizioni dominanti che distorcano il mercato». Ora numerosi gruppi editoriali privati, Clarín in testa, dovranno restituire, entro un anno, più di 300 licenze radio e tv. Una sconfitta bruciante per il gruppo editoriale più attivo nella lotta mediatica contro il kirchnerismo e non a caso grande sostenitore di Sergio Massa, il finto dissidente che intende presentarsi come l’alternativa a Cristina. Rivalità che di certo non si attenuerà ora, dopo che la battaglia della “presidenta” contro il monopolio corporativo e a favore della democratizzazione della comunicazione ha segnato un punto importante.

Alessia Lai

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