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Halloween eccetera: conciati per le feste

Non siamo qui per la solita tiritera, Halloween è straniero, noi abbiamo Ognissanti, che poi Halloween vuol dire proprio Ognissanti, dobbiamo salvaguardare la tradizione, che poi la Tradizione è Samain su cui Halloween si ricalca più di Ognissanti. Se uno ha voglia di far festa, faccia festa e si camuffi come vuole. Anzi no, contrordine: se sei uno studente della University of Colorado Boulder non puoi farlo.

Eppure siamo negli USA, quelli che hanno esportato il modello Halloween come lo conosciamo, a partire dal Grande Cocomero (che poi era una zucca) del tenero e filosofico Linus. Là non dovrebbero esserci polemiche. Invece no, i deliri del politicamente corretto colpiscono fino a dettare canoni adeguati perfino per i costumi sexy delle scatenate feste studentesche.

Le autorità accademiche, mischiando puritanesimo e politically correct in un cocktail micidiale, hanno inviato una lettera agli studenti invitandoli a evitare costumi o altro che «dipingano una particolare cultura come over-sexualised», includendo vestiti da «geisha» o «squaw», niente sexy Pocahontas quest’anno, ma, quindi, neppure sexy French Maid, un classico nell’immaginario erotico anglosassone. Insomma si è arrivati a imporre divieti sull’immaginario erotico etnico delle persone perché potrebbe essere razzista, ammesso e non concesso che l’avere una cultura/etnia nel proprio immaginario erotico sia sintomo di razzismo. Certo, l’accoppiata mercenario e congolese del Katanga o, peggio, Leghista e Ministra Congolese del Katanga vi può rientrare – nel secondo caso mancherebbe l’elemento erotico, però - ma la squaw o la geisha viene proprio da dire di no, anzi a ben vedere farebbe piuttosto supporre il contrario: difficilmente si ha desiderio di accoppiarsi con “razze inferiori”, salvo contradditorie perversioni.

Che si arrivi a ravvedere un insulto razziale nei costumi da sexy Halloween implica l’avere una mentalità distorta, che vede nel sesso un male in sé, e questo è proprio il motore primo delle vere aberrazioni, quelle che poi portano al fenomeno degli stupri nei college, per restare in “campus” accademico statunitense, ma la relazione è estensibile a molte altri situazioni: chissà come sarebbe visto da un Imam di passaggio un costume sexy danza del ventre con tanto di velo trasparente?

Il divieto vede l’acme della stupidità nel vietare quello da Cow Boy, anche non sexy, perché è “crudo stereotipo”. Capiamo che non è compito delle autorità accademiche di Boulder, ma, se ci si preoccupa così tanto della sensibilità dei pellerossa, i discendenti dei migranti che ora occupano gli USA non sarebbe meglio restituissero loro le terre rubate e tornassero da dove sono venuti? Siamo alla paranoia, ma i custodi della preparazione universitaria delle future classi dirigenti statunitensi riescono ad andare oltre.

Non solo sono vietati i singoli costumi, ma anche certe feste a tema quali “ghetto” (non nel senso ebraico, com’è ovvio, ma non si sa mai), "hillbilly" o comunque associate al «crimine o sex work»: se uno studente avesse voluto organizzare una festa a tema “Palazzo Grazioli” avrebbe violato doppiamente il divieto mettendo insieme crimine e sex work.

Il lavaggio del cervello sembra essere, però, pienamente riuscito, visto che la rappresentante degli studenti, Christina Gonzales, ha dichiarato che: «scegliere di travestirsi come qualcuno di un’altra cultura, anche se con intenti goliardici o senza intenzione di offendere, può condurre ad inaccurati e insultanti ritratti delle culture altrui». Una dichiarazione da politica navigata, degna della miglior Boldrini. Peccato che si stia parlando degli stessi USA che poi, a quelle culture che rispetta ad Halloween, sono sempre pronti ad imporre esportazioni di democrazia.

 

Siamo di fronte all’ennesimo passo nei deliri del politicamente corretto, che vorremmo fosse uno scherzetto perché è mancato il dolcetto e invece, da un punto di vista di lesione della libertà, colpisce in profondità anche da un punto di vista antropologico considerato che Halloween è andato, di fatto, a supplire a quella grave carenza presente nelle culture protestanti: l’assenza di un Carnevale. Il Carnevale, proprio come i Saturnalia romani, aveva una funzione di necessaria valvola di sfogo, arrivando fino al rovesciamento simbolico dell’ordine sociale e rendendo lecito, con una funzione quasi catartica, l’illecito, anche da un punto di vista sessuale.

In questo momento, dove non c’è più ordine sociale ma l’individuo è sempre più ingabbiato, nonostante le apparenze e le roboanti dichiarazioni, si va a vietare quello che né Chiese né Tiranni avevano mai osato vietare, cercando di imporre una dittatura che pretende arrivare fin nel più profondo dell’animo e pensiero umano senza neppure lasciargli uno spiraglio d’aria trasgressiva. Anche il dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento aveva lasciato all’uomo il libero arbitrio; le suorine del politically correct vogliono eliminare pure quello. I fatti di Boulder, la città di Mork e Mindy - chissà se saranno maschere consentite o considerate uno stereotipo che irride la città - sono di portata limitata certo, ma limitata solo territorialmente: sono lo specchio di una tendenza diffusa che, se non contrastata, può portare alla più terribile e innaturale delle dittature, altro che 1984.

Tanto baccano, ma non baccanale, per delle feste, tutto sommato innocenti, in cui degli studenti di una Università statunitense danno sfogo alla loro giovanile sessuale irruenza, condendole di qualche orgiastica perversione degna del Toga party di “Animal House” (che l’aspirante Boldrini di Boulder,  probabilmente, avrebbe ritenuto inaccettabile in quanto avrebbe potuto «condurre ad inaccurati e insultanti ritratti delle culture» romane antiche. Roma antica, però, di Saturnalia ed altri orgiastici eccessi ci viveva ed avrebbe approvato tutte le feste sexy degli studenti, purché, finite le carnevalate, questi fossero tornati ad essere dei buoni cives e vir, di quelli che, ignorando il Politicamente corretto, sono in grado di fondare civiltà. Ma è proprio questo che si vuole impedire: che gli individui possano essere Cives o Vir, così che la civiltà possa crollare, ma rigorosamente, «non con uno schianto ma con un piagnisteo» da Uomini vuoti quali ci vogliono si diventi.

 

Conciati per le feste 2 – Santa Claus

Dopo Boulder si pensava che si fosse toccato il fondo del ridicolo col politicamente corretto, invece no, è arrivato anche il turno di Babbo Natale, già abbastanza preso di mira dalle amministrazioni scolastiche nostrane, che abbattono presepi e alberi come l’amministrazione statale dovrebbe abbatter scempi urbanistici. L’assurda presa di posizione questa volta, però, non arriva da un istituto di (dis)educazione, ma addirittura dall’ONU che, a fronte di problemi reali enormi, spreca le sue risorse per muovere formali accuse di schiavismo contro Sinterklaas, l’antico Babbo Natale olandese, reo di sfruttare aiutanti di colore.

La festa di San Nicola nei Paesi Bassi non è propriamente Natale, visto che cade a metà novembre, ma vede comunque Sinterklaas/Santa Claus distribuire regali ai bimbi così come fa il suo omologo anglosassone il 25 dicembre. Di questo odioso Natale olandese anticipato un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto l’abolizione: perché il Santo, nel dispensare gioia ai bambini, si fa aiutare dagli Zwarte Piet, cioè Pietro il moro, tanto per tradurre in maniera che non violi in politicamente corretto senza, però, accettare di appecoronarsi a questo.

Già, il Santa Claus dei Paesi Bassi non si fa aiutare dagli elfi, quello sì che è sfruttamento di altre razze da denunciare, ma da degli aiutanti bianchi dalla faccia tinta di nero e, per gli espertoni dell’ONU, «un bianco colorato di nero del XVII secolo, rappresenta una concezione dell’uomo nero ereditata dal periodo coloniale» e non capiscono «perché gli olandesi non riconoscano che questo è un ritorno alla schiavitù e che questa festa, nel ventunesimo secolo, deve finire». Invece, come ogni bambino olandese sa, Piet, per citare la pubblicità oggi inaccettabile che vedeva Calimero protagonista, «non è nero è solo sporco”, perché si sporca di fuliggine dovendo passare per il camino: mica può farlo quello sfruttatore del Santo e insozzare così le sue splendide scintillanti vesti. Se solo i censori si fossero presi la briga, nella loro accurata indagine, di interrogare l’innocente saggezza popolare infantile…

Il gruppo di esperti, sedicenti tali e basta verrebbe da insinuare, deve ancora presentare il rapporto ufficiale - certo che tempo da perdere anziché dedicarlo alle vere tragedie ne hanno - all’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, il quale potrebbe in conseguenza giungere fino a trasmettere un «invito ai Paesi Bassi ad annullare la festa di San Nicola». Insomma in questo mondo, dove si esporta democrazia e i parolai si battono il petto per i diritti umani, la prima vittima è la libertà: siamo al punto che si vuole regolamentare ogni minimo aspetto della vita dell’uomo e del cittadino arrivando a scomodare addirittura l’ONU per negare a dei bambini la gioia di un regalo o un dolce. Questo è il volto disumano del cinismo umanitario.

Naturalmente gli olandesi originari delle ex colonie Suriname e delle Antille si battono per l’abolizione di una tradizione che non è la loro, ossessionati dalla loro appartenenza razziale più dei razzisti che, invece, neppure si erano accorti che Sinterklaas fosse uno di loro. Fra i bianchi si erano ben accorti delle connotazioni razziste della gioiosa tradizione solo i soliti intellettuali che sono pesantemente scesi in campo, ma si sa: loro, appena sentono la parola tradizione, portano la mano alla pistola, così come faceva Baldur von Schirach con la parola cultura. Ma, nel mostrarsi degni emuli del nazista, è proprio la Cultura che vanno a colpire, solo che, nella pochezza di spirito che contraddistingue gli intellettuali contemporanei, neppure se ne accorgono: da tempo l’hanno rinnegata in nome del mito del politicamente corretto, che, richiedendo superficialità e aborrendo l’approfondimento, sgrava di lavoro i cervelli non in grado di sostenere sforzi eccessivi e li illude di elaborare pensieri profondi.

 

La reazione popolare questa volta, però, è stata massiccia: pur essendo nell’Olanda che tutto tollera questa volta è stato passato il segno e questa volta a vincere su Facebook è stata la petizione “razzista” a favore della festa, con ben 2 milioni di sottoscrittori in nelle prime 24 ore. Per una volta ha vinto la lobby giusta: quella dei bambini, che, premendo sui genitori, li hanno costretti a cliccare. E immaginiamo i pianti e gli strepiti, ma non dei bimbi, bensì degli intellettuali, che si sono visti sconfitti dal superiore livello culturale dei fanciulli.

Solo un malizioso dai perversi percorsi mentali può vedere nelle avventure di Sinterklaas e i Zwarte Piet qualcosa più di una storia innocua, che era divenuta anche un popolare cartone animato educativo, prodotto dalla tv pubblica e fatto vedere in molte scuole elementari, ma si sa pure questo: chi è malizioso vede il male ovunque, tranne che in se stesso. Così come, da razzisti puri e duri, i detentori di queste menti elette vedono solo il razzismo bianco, non rendendosi conto, o volendo deliberatamente ignorare, che il razzismo è un fenomeno che non guarda al colore delle pelle e infetta anche i neri.

Si mettano però l’anima in pace. Come ha fatto notare il primo ministro Mark Rutte: «Pietro il moro è semplicemente nero e io questa cosa non la posso cambiare». Le tradizioni, la Tradizione, sono e restano quello che sono, non possono essere mutate o stravolte dai bambineschi capricci di intellettuali ed espertoni dell’ONU. Anzi. essi non possono neppure cancellarle, a meno che decidano di procedere ad un capillare genocidio in nome dei diritti umani. E pur essendo una ossimorica contraddizione non siamo al sicuro: la contraddittorietà è il loro pane quotidiano.

Ferdinando Menconi

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