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Anche io non voglio rispettare la legge. Ne ho diritto, o no?

Silvio Berlusconi ha gabbato tutti, con il suo coup de théatre in parlamento, con quel volto tirato che nascondeva il ghigno del giocatore d’azzardo, mentre l’Italia resta prigioniera della Troika e del proprio servilismo. È ancora vivo e lotta in mezzo a noi, per quanto la sua parabola umana e politica abbia preso la strada del declino. Ma c’è già chi sproloquia di eredità del berlusconismo, per altro giustamente in negativo. 

Chi scrive ha sostenuto parecchie volte che la ventennale formula del Cavaliere sul piano culturale riflette, sia pur all’italiana, un modello di politica-spettacolo e di stile di vita che potrebbe benissimo essere chiamato americanismo. È un prodotto d’importazione, la variante locale di una tendenza estesa all’intero Occidente con capitale morale Washington, o meglio, Wall Street. 

Tuttavia l’ideal-tipo berlusconiano ha una peculiarità tutta sua: l’avversione per la legge che si traduce in eversione contro la legge. Berlusconi non è solo il tycoon del macroscopico conflitto d’interessi – e questo sarebbe impensabile negli Stati Uniti, culturalmente barbari ma con paletti rigidi in alcune forme liberali – è anche e soprattutto un delinquente. Che giunge a negare la propria conclamata e inappellabile delinquenza e la usa come arma politica.

Ora, da quando esiste la giustizia sottraendo il giudizio al ciclo della vendetta privata, ogni individuo dichiarato colpevole da un tribunale proclama la propria innocenza. Basta farsi un giro in qualunque carcere e lo troverete pieno di innocenti. I rei confessi sono una rarità assoluta. Eppure, salvo fughe dalla cella o grazia presidenziale (un residuo monarchico delle prerogative quirinalizie), nessuno dei condannati sfugge alla pena. Questo perché, se succedesse per uno soltanto di essi, sarebbe violata l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, principio fondante custodito nell’articolo 3 della Costituzione. 

Berlusconi non solo, come tutti i galeotti, si attribuisce da sé la patente di innocenza, implicando che il massimo grado giudicante della Repubblica, la Corte di Cassazione che sentenzia in via definitiva, ha emesso un verdetto falso e meritevole di passare per carta straccia. Fa di più: invita i cittadini alla ribellione. 

Siamo di fronte ad un uomo politico, tre volte primo ministro, con una carica pubblica (almeno se e fino a quando resterà senatore, a giorni il voto in aula), che ricopre la delicatissima responsabilità di godere un seguito numeroso nel Paese, che si comporta come un criminale da film gangster che incita i suoi cari, nel suo caso potenzialmente milioni di persone, a contestare attivamente un potere dello Stato per un suo atto formale regolare e legittimo. 

Ma se Berlusconi può tranquillamente misconoscere e disprezzare la giustizia, a questo punto voglio anch’io, cittadino coi suoi stessi diritti, poter venire meno al dovere di rispettare la legge. Anche io esigo e pretendo di essere uguale a lui, come prescrive la suprema Carta. Perciò anche io voglio poter fregarmene se un giudice, rappresentante dello Stato, decide in base ai codici che sono colpevole di un reato che secondo me, per la mia personale versione dei fatti, non ho commesso. E se ho tanti amici, diciamo abbastanza per una bella manifestazione in piazza, devo essere messo pure io nelle condizioni di chiamarli a mia difesa, con un discorso liberatoriamente eversivo. O tutti uguali, o niente. Questa è libertà. O no?

Alessio Mannino

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