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Elogio del dizionario (anche on-line)

La questione l’hanno sollevata, nel giro di pochi giorni, un paio dei nostri lettori di vecchissima data: non sarebbe meglio evitare, negli articoli che pubblichiamo su questo sito, certe parole che sono obiettivamente poco conosciute e che, quindi, risultano  incomprensibili ai più?

La domanda è tutt’altro che infondata, ma la risposta non può essere a senso unico. Da un lato l’obiezione è ragionevole, poggiando sul lapalissiano presupposto che il linguaggio serva a farsi capire; il che è ancora più vero per chi, come noi, si trovi già a dover affrontare l’ostacolo di tesi assai lontane dall’omologazione corrente. Dall’altro lato, però, riflette e a sua volta, benché con le migliori intenzioni, uno dei peggiori condizionamenti della comunicazione di massa: quello di dover rinunciare a priori, in nome della chiarezza immediata, a ciò che eccede il livello “medio” del pubblico al quale ci si rivolge. Motivo per cui, essendo tale livello alquanto basso, bisognerebbe assecondarne i difetti e adottarli, paradossalmente, come criteri di correttezza.

A prima vista sembra una logica senza scampo, ma a vedere meglio non lo è affatto. La scappatoia, o l’uscita di sicurezza, non è troppo lontana. E la chiave, anzi il passepartout, è a portata di mano, racchiusa nella stessa espressione che abbiamo utilizzato e che, al colpo d’occhio, pare equivalere a un principio inderogabile. L’errore consiste nel dimenticare che, quando ci si richiama al «livello “medio” del pubblico al quale ci si rivolge», non ci si sta riferendo a una categoria onnicomprensiva e omogenea. Innanzitutto, come dovrebbe essere ovvio, perché non si parla di pubblico in maniera indiscriminata ma si aggiunge subito, doverosamente, che i destinatari sono quel segmento «al quale ci si rivolge». Inoltre, anche se il degrado generale ha fatto sì che questo diventasse un po’ meno ovvio, perché è sbagliato confondere qualsiasi difficoltà di lettura, sia pure occasionale, con degli ostacoli insormontabili. Infine – ma i tre aspetti sono evidentemente interconnessi – perché il succitato «livello “medio”» è una generalizzazione da prendere con le molle, se non addirittura un’astrazione da rigettare in toto, e lascia comunque una certa, o cospicua, libertà di passare di volta in volta da uno standard a un altro. Ora più modesto, ora più elevato.

Gli esempi sono intuitivi, ma può essere utile esplicitarli. La regola comunemente accettata dai professionisti della stampa è che nel giornalismo la complessità tende a crescere in rapporto inverso alla frequenza di uscita della testata: nei quotidiani si cerca di essere accessibili a tutti, nei settimanali un po’ meno, e nei mensili meno ancora. L’assunto che giustifica questo progressivo affrancamento è che a ciascuno di quegli spazi competa un diverso compito di informazione, che parte dalle notizie del giorno e si espande, via via, ad analisi a più ampio raggio. Tuttavia, persino all’interno della stessa pubblicazione, ci sono differenze che possono anche essere enormi, sull’amplissimo arco che separa la cronaca dalle pagine culturali (dove ancora sopravvivono).

 

Premesso questo, il caso del Ribelle è anomalo proprio perché, specialmente da quando abbiamo smesso di editare il mensile, tutti gli articoli vengono inseriti nella homepage senza assoggettarli a una cadenza prestabilita. Rischiando così di suscitare l’impressione errata che si tratti sempre di pezzi destinati a un quotidiano, mentre invece ci sarebbero ottime ragioni per ribaltare la prospettiva e sostenere il contrario: benché il “rilascio” sia continuo, l’approfondimento è assai spesso da settimanale e non di rado da mensile.

Consapevoli di questo, e sperando che la stessa consapevolezza sia condivisa da chi ci segue assiduamente e sostenendoci col suo abbonamento, non esitiamo a spaziare in lungo e in largo tra le diverse modalità di esposizione. Dagli aggiornamenti in breve, che proprio a cominciare da questa settimana verranno modificati/migliorati passando dai semplici flash d’agenzia a qualcosa di più elaborato, fino ai mini saggi di grande spessore e, ma sì, di obiettiva difficoltà.

L’idea, che facciamo nostra anche da lettori di contenuti altrui e che vale come suggerimento universale, è che non vi sia nulla di male nell’incappare, di tanto in tanto, in un termine di cui ignoriamo il significato o in un riferimento culturale che ci riesce oscuro. Questo momentaneo disagio dovrebbe, viceversa, essere percepito come un’occasione di crescita, facilitata al massimo grado dal fatto che si sta leggendo on-line e che, pertanto, si può disporre all’istante sia di numerosi dizionari che di una miriade di risorse di tipo enciclopedico.

Insomma: noi rinnoviamo l’impegno a non esagerare, soprattutto negli articoli di taglio più spiccatamente giornalistico, ma allo stesso tempo vi invitiamo a non lasciarvi bloccare dalle singole asperità verbali, o concettuali, in cui vi potrà capitare di imbattervi. A modo suo, infatti, è anche questa una forma di ribellione al Pensiero unico, che per spianare la strada alle sue innumerevoli mistificazioni le aggancia a quella fondamentale: convincere il cittadino qualsiasi, “mediamente” incolto e cresciuto a forza di tv e affini, di essere la misura alla quale tutto e tutti devono conformarsi.

Unica eccezione, ma se siete dei nostri lo sapete già, l’irrinunciabile mondo dei mercati.

Federico Zamboni

 

Vedi anche:

La Voce del Ribelle - Speciale Informazione - 11-12 agosto-settembre 2009

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