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Sprechi e rammendi

Sei italiani su dieci ricorrono al rammendo per rimediare agli strappi dei propri vestiti. La notizia, fornitaci da uno dei tanti istituti di ricerca, è al tempo stesso positiva e sconfortante. Positiva perché riflette un costume del buon tempo andato, quello dei nostri nonni usciti in povertà dai disastri della seconda guerra mondiale e che erano stati obbligati a fare propria l’idea del contadino che non si debba mai buttare via niente. Una notizia sconfortante perché testimonia di una povertà diffusa i cui effetti si fanno pesantemente sentire per la maggioranza dei cittadini portati a privilegiare i consumi primari, cibo e spese per la casa, e a posticipare tutti gli altri. 

In questa ottica anche il vestito vecchio di anni si trasforma in un capitale da tenersi stretto finché non si riduca a brandelli. Una situazione economica tragica che la dice lunga sulle condizioni nelle quali sono stati ridotti milioni di cittadini ai quali non sono più sufficienti le già di per se stesse esigue retribuzioni e pensioni. Eppure, basta girare per le nostre città, per vedere esposti nelle vetrine dei negozi vestiti nuovi da uomo, ovviamente fatti in Cina, ad un prezzo di 100 euro e di qualità più che accettabile. Un tempo, quando il vestito si strappava, c’era sempre la buona vecchia sarta del quartiere che con poche lire te lo rimetteva a posto. Oggi, scomparsa questa figura, sostituita da botteghe cinesi che hanno scoperto una nuova nicchia di mercato, in molti si sono visti costretti al fai da te a casa, il più delle volte con risultati discutibili. Ma si tratta pur sempre di una scelta obbligata all’insegna di una filosofia di vita, quella del risparmio in tutti i campi, che gettò le premesse del boom economico. Poi con il benessere diffuso gli italiani, presero il piacere del consumo e poi, come inevitabilmente succede, assunsero la consuetudine dello spreco. Una deriva, questa, che ognuno di noi può osservare nella vita quotidiana, nel comportamento di tanti individui che stanno male se soltanto non entrano in possesso dell’ultimo smartphone, tablet e prodotti similari, senza i quali hanno la sgradevole sensazione di essere vittime dell’esclusione sociale. 

Lo stesso vale per molti altri prodotti, ad incominciare da quelli della moda che nel mondo testimoniano dell’Italian style che fornisce del nostro Paese una immagine basata sul buon gusto e sulla bellezza, nella sua più accezione più alta. 

Tutto questo non significa auspicare il ritorno ad un pauperismo fine a se stesso, tipico di un’epoca nella quale il benessere era appannaggio esclusivo dell’alta borghesia, ma al contrario riscoprire quello che nella vita deve essere ritenuto essenziale e non superfluo. Certo, non si vive di solo pane, dice il proverbio. Tutti abbiamo bisogno di leggere, di studiare, di fare sport e di divertirci. E anche di comprare quello che ci piace. Ma a tutto c’è un limite perché questa frenesia del consumo a tutti i costi ha avuto un effetto devastante nella testa delle persone, creando dei traguardi ogni volta sempre più lontani e proprio per questo irraggiungibili. 

Lo stesso venditore televisivo per eccellenza, Berlusconi, in uno dei suoi momenti peggiori, ebbe la faccia tosta di invitare gli italiani a consumare per sostenere l’economia. E lo fece sia da presidente del Consiglio che da imbonitore televisivo. 

Indebitarsi per consumare è infatti una filosofia di vita tipica degli Stati Uniti e che purtroppo sta imponendosi anche da noi. Un tempo eravamo famosi per la alta propensione al risparmio, poi il benessere ci ha rovinati e ha creato un clima del quale le prime vittime sono le generazioni più giovani che si vedono proporre modelli culturali nei quali il possesso dei beni, e il loro continuo ricambio con nuovi modelli, è lo strumento primario per rendere bella la vita. 

Un modello culturale, quello di spendere e di spandere, che purtroppo si riflette anche nell’atteggiamento verso il cibo con gli enormi sprechi che si registrano e che vengono stimati ad un terzo del totale. Insomma, ogni tre chili comprati, ne buttiamo via uno, mentre ci sono intere famiglie che, per mangiare, sono obbligate a ricorrere giornalmente all’aiuto delle varie Caritas (cattolici) e Pane Quotidiano (laici). Uno spreco intollerabile che testimonia purtroppo che in Italia si è perso il senso delle proporzioni. 

L’unica speranza è che questa crisi economica, che ondeggia tra recessione e depressione, si riveli almeno in parte salutare e finisca per provocare una autentica rivoluzione culturale negli italiani, inducendoli a riscoprire quali sono le priorità da inseguire e lasciare perdere tutto il resto, soprattutto quando non se lo possono permettere.

Irene Sabeni

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