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L’estinzione del vecchio è la stessa del giovane

Quanto più la figura del “vecchio” tramonta, tanto più si tende a istituzionalizzarne il ruolo attraverso imperdibili appuntamenti sul calendario, celebrazioni e, persino, riconoscimenti ad honorem

Lo scorso due ottobre – Giornata Internazionale degli Anziani, nonché Festa dei Nonni – anche il nostro longevo Presidente della Repubblica ha ribadito l’importanza degli anziani nel contribuire «a mantenere salda la coesione sociale». Belle parole a cui, com’è ormai prassi, precede e segue un rigoroso nulla di fatto. A tale proposito, però, può essere interessante rivolgere uno sguardo a quei tantissimi giovani, che un giorno non lontano invecchieranno, tentando un paragone azzardato con i loro “ anziani contemporanei”.

I nostri nonni furono protagonisti anche di una guerra civile – tra tutti i conflitti, il peggiore perché infame e indelebile – come di una pace criminosa; nessuno poteva sottrarsi, che si fosse al fronte, tra i boschi, nelle città prese o, ancora piccoli, asserragliati tra le braccia di una madre, ognuno, volente o nolente, era chiamato a partecipare; è così che va la guerra. 

Costretti a tirare fuori da se stessi il meglio e anche il peggio – occorreva loro anche il male per darsi coraggio e tirare avanti – i ragazzi della guerra sbocciavano presto: a stretto, strettissimo contatto con la vita, e quindi con l’incombenza della morte, essi divennero uomini e donne d’altra tempra, a dir poco robusta. 

E non solo, vennero su tremendamente fatalisti: “tutto quello che deve accadere, accade”, anche il bene; cosa temere, allora? Eppure a tanto implacabile fato, loro osavano rispondere con allegria – ai tempi si chiamava “goliardia” –  con fattività, rischiando spesso il tutto e per tutto, e con uno stupore per il circostante che, oltre a rendere viva la vita, trasformava imberbi tredicenni in uomini già compiuti. Medesimi, infatti, tra i primi e i secondi, erano il vigore e pure l’insubordinazione. 

Allevati senza pane e con troppa fame, i nostri nonni conoscevano a memoria, più delle fiacchezze dell’anima oggi tanto in auge, i patimenti fisici. Per quanto mera, allora, è stata unicamente la necessità a salvarli dal subdolo male contemporaneo: la vacuità.

Oggi che la guerra non c’è più – non a casa nostra, ma comunque anche a spese nostre – che il pane del giorno dopo si butta e che la fame è "più voglia di qualcosa di dolce", la maggior parte dei giovani, mai del tutto svezzata, cresce soltanto a metà: annoiata, insoddisfatta e, peggio del peggio, stressata per ogni quisquilia. 

Per carità, non è affatto una quisquilia vivere di precariato, dovendo farsi cento, mille volte i conti in tasca per decidere di mettere al mondo un figlio, di comprarsi una casa o semplicemente di tentare una qualsiasi impresa lavorativa. Ed è profondamente ingiusto e paradossale che una Stato liberale, come ama definirsi il nostro, di fatto non conceda la possibilità ai suoi cittadini di rendersi autonomi e, quindi, affrancati dai bisogni più ovvi; tuttavia quello che ancora resta da chiedersi è: se anche questi giovani avessero tutte le opportunità che spettano loro, sarebbero per questo migliori? Il dubbio rimane e forte.

La compiutezza di una persona non è e non può essere soltanto data da una questione di lavoro, di denaro e dei più svariati diritti civili; c’è dell’altro, molto altro, che resta irriducibile rispetto ai valori, o meglio ai disvalori, della società attuale. Non basta la stabilità economica, gli agi del benessere e la sicurezza più materiale per evolversi interiormente. 

L’estinzione degli anziani combacia all’estinzione dei giovani, che – plasmati da modelli di riferimento esclusivamente estetici e mai comportamentali, pubblici e poco privati – sono destinati a non crescere e, allo stesso tempo, però, a invecchiare malissimo, non essendo stati all’altezza non solo delle stagioni naturali imposte dall’esistenza, ma anche della loro aspettative più intrinseche e vitali. 

La guerra non è mai auspicabile, i crampi della fame sono da scampare e la morte bisogna augurarsi che sia quanto più dolce e semplice possibile – soprattutto per gli affetti che restano in vita – eppure, nel baratro di profonda decadenza morale e spirituale in cui siamo precipitati, ci sarebbe da augurarsi di provare un po’ di quell’atavico appetito per restituirci i sapori perduti a causa di troppa sazietà, un po’ di quelle terribili paure per tirare fuori dai denti il coraggio più ardito e un po’ di sano pericolo per l’imprudenza di salvare a morte certa le virtù migliori come i vizi più raffinati. 

Per il lusso, quello sì, di essere uomini fatti.

Fiorenza Licitra

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