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Pensioni d’oro? C’è chi le difende

Il fervorino arriva da Nicola Porro, vicedirettore del Giornale e conduttore di Virus su Rai2. Oggetto – o dobbiamo dire pretesto? Con questo genere di “commentatori” bisognerebbe domandarselo sempre – le cosiddette pensioni d’oro. Nelle quali, a suo avviso, non c’è nulla di cui scandalizzarsi, visto che la loro iniquità sarebbe solo apparente, derivando da un pregiudizio sbagliato e di matrice (ahimè, ahimè) ideologica.

Infatti, si legge nell’articolo pubblicato ieri, «Da un punto di vista puramente contabile 700 euro di pensione al mese possono essere più costose per le casse dello Stato di 7mila euro: tutto dipende da quanti contributi sono stati versati nel primo e nel secondo caso». E pertanto, come puntualizza il sottotitolo, «Se un'operazione di maggiore tassazione sulle cosiddette pensioni d'oro si vuole fare, non la si giustifichi con l'equità previdenziale-attuariale, ma con la volontà di tassare i più ricchi e redistribuire il reddito di socialista memoria».

La si chiami franchezza, o impudenza, l’approccio è inequivocabile. Lo Stato, ovvero le sue istituzioni previdenziali, viene ridotto a una specie di società assicurativa di stampo privato, che pur accumulando la generalità dei contribuiti collettivi, e obbligatori, eroga le pensioni ai singoli cittadini sulla base dei rispettivi conteggi individuali. Tanto si versa, nel corso della propria vita lavorativa, e tanto si ha diritto a ricevere dopo che essa è terminata. A prima vista può sembrare un principio di puro buon senso, che vi sia questo ancoraggio tra ciò che si è dato e ciò che si otterrà in cambio, ma in effetti la questione è molto più complessa. Non si tratta solo di procedure di calcolo, bensì del modo di concepire le pensioni e, più in generale, l’intero sistema di welfare o, persino, i servizi pubblici nel loro insieme.

La vera tematica, che rimanda a quella del reddito di cittadinanza, è la partecipazione dei cittadini alla ricchezza nazionale. Secondo i liberisti alla Porro questa partecipazione deve restare nei termini di un vantaggio indiretto: una sorta di effetto traino, nelle fasi espansive, che almeno in teoria accresce le opportunità di guadagno un po’ per tutti. Poi, va da sé, all’atto pratico la “festa” è sempre più a senso unico e anche nei momenti di crescita permangono, o addirittura si accentuano, le cospicue/enormi differenze che conosciamo, e di cui danno atto anche le statistiche ufficiali.

Una ristretta  minoranza si pappa la fetta di gran lunga maggiore e gli altri devono farsi bastare quello che avanza. I primi vengono fatti passare per quelli più in gamba, nel falso presupposto che i risultati conseguiti siano una dimostrazione inoppugnabile dei loro meriti, mentre i secondi sono chiamati, quantomeno implicitamente, ad assumersi la responsabilità dei propri insuccessi. Come recita il proverbio, il danno e la beffa. Al danno dei mancati introiti, per non parlare della miriade di altri condizionamenti negativi che stanno rendendo la nostra esistenza una corsa a ostacoli sempre più insicura e frustrante, si aggiunge la beffa della riprovazione, solo incombente o persino esplicita.

La chiave di volta è nella premessa – decidete voi se solo cauta o anche ipocrita – fissata dallo stesso Porro. È in quel guardingo «da un punto di vista puramente contabile» che precede l’attacco, o il colpo basso. Il nodo è proprio lì: è nell’essere disposti, oppure no, a lasciarsi inchiodare a una logica di natura «puramente contabile». Una logica che può forse andare bene per una società privata (privata e a fini di mero lucro) che si basi sui capitali investiti e sul desiderio di moltiplicarne l’ammontare, ma non certo per quelle società/comunità che sono o dovrebbero essere le nazioni, imperniate sui bisogni materiali e immateriali, psicologici o spirituali che dir si vogliano, delle rispettive popolazioni. Ovvero, di ciascuno dei loro membri.

La sbandieratissima “sostenibilità”, a sua volta, è in massima parte un’argomentazione capziosa, perché ignora la necessità di riconsiderare il modello economico nel suo complesso, e alla luce di valori alternativi a quelli dominanti. Alla grande manipolazione che fa da architrave si aggiungono, del resto, innumerevoli contraddizioni successive. Per esempio questa, tornando alle pensioni: se davvero le si vuole considerare delle rendite finanziarie, da determinare in relazione ai versamenti effettuati da ognuno, non si vede proprio perché esse debbano continuare a essere tassate come «redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente».

Cioè: si vede benissimo – dal momento che in questo modo l’imposizione è ben più onerosa, in moltissimi casi – ma non è un bel vedere.

Federico Zamboni

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