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Frodi a Wall Street, Cohen si salva

Ai banditi di Wall Street i soldi non bastano mai. In particolare quando sono quelli degli altri. Da qui nasce la loro irrefrenabile tendenza a porre in atto truffe finanziarie che, molto spesso, vedono come vittime gli stessi clienti che gli hanno affidato soldi da investire, come ha fatto la Goldman Sachs. O utilizzare gli stessi soldi per ottenere guadagni illeciti. Il caso di Sac Capital, il fondo di investimento di proprietà di Steve Cohen, ne è l'ultimo e significativo esempio. 

Sac, che gestisce risorse per 15 miliardi di dollari, è stato condannato a pagare una multa di 1 miliardo di dollari per aver messo in piedi un sistema di “insider trading”, ossia una raccolta e un utilizzo illecito di informazioni riservate, che ha permesso di realizzare guadagni per 276 milioni di dollari, relative alle quotazioni in Borsa dei titoli di una società farmaceutica. L'aspetto più odioso della faccenda è che a spingere il saliscendi dei titoli in questione sono state le voci su una imminente messa in circolazione di un farmaco rivoluzionario per curare l'Alzheimer, una malattia che negli ultimi anni ha subito una impennata verticale in tutti i Paesi industrializzati, in conseguenza dell'inquinamento ambientale e della contaminazione dei cibi. 

La causa civile contro Sac era già partita in luglio. Steve Cohen e il suo numero due, Richard Lee, responsabile della gestione del portafoglio del fondo, ossia della scelta degli investimenti, si sono però salvati da conseguenze penali perché la magistratura non avrebbe, il condizionale è d'obbligo, accertato loro responsabilità dirette nelle speculazioni su quel titolo. La loro colpa sarebbe soltanto quella di non avere controllato l'operato dei loro sottoposti che hanno investito soldi propri e soldi di Sac in operazioni di compravendita a Wall Street. Sarebbe come dire che John Gotti, il defunto boss della famiglia Gambino di New York, non era responsabile degli omicidi compiuti dai suoi uomini. Insomma dalla responsabilità diretta per ordini impartiti direttamente si è passati all'omesso controllo. Niente da stupirsi comunque. Negli Stati Uniti infatti non vale il principio della obbligatorietà dell'azione penale e i procuratori federali e di Stato possono anche non perseguire i responsabili di un reato o chiudere un occhio e pure due sulle loro malefatte. 

Nonostante gli stessi abbiano sottolineato che dentro la Sac c'erano “segnali che potevano suggerire che fossero in atto potenziali condotte illegali da parte dei dipendenti” sotto la supervisione di Cohen. Sembra di leggere certe sentenze italiane o certe richieste di rinvio a giudizio nelle quali gli estensori si arrampicano sugli specchi. In particolare fa impressione la presenza, due volte nella stessa frase, di termini ipotetici. Il che conferma che negli Usa, Paese a tradizione giudiziaria anglosassone, dove spetta allo Stato dimostrare che il signor X è colpevole, si utilizzano concetti presi dalla tradizione ideologico-giudiziaria italiana per salvare il medesimo imputato, troppo grande e troppo ricco per essere condannato. E il signor Steve Cohen è il classico ricchissimo criminale in guanti bianchi che vanta la non indifferente caratteristica di poter contare su un patrimonio personale di 9 miliardi di dollari che lui ha cercato di nobilitare creando una collezione personale di quadri di arte moderna. 

Niente conseguenze personali per Cohen quindi, né giudiziarie né penali. Sac dovrà pagare la multa e non potrà più gestire patrimoni altrui. L'aspetto più paradossale dell'intera faccenda è che Cohen si era vantato più volte della sua bravura, arrivando a sostenere che i risultati ottenuti da Sac Capital, ben sopra la media dei colleghi di Wall Street, erano dovuti alla sua originale struttura di raccolta delle informazioni e alle innovative strategie di compravendita di titolo (“trading”) basate sulle accurate ricerche svolte dai propri analisti finanziari. Pure troppo accurate visto che erano basate su informazioni riservate.

Irene Sabeni

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