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Inquinamento in Amazzonia: dimezzata la multa a Chevron

Il massimo tribunale dell’Ecuador, la Corte nazionale di giustizia, ha confermato in via definitiva la condanna del colosso petrolifero statunitense Chevron per un caso di inquinamento in Amazzonia.

Tuttavia, si tratta di una vittoria incompleta. La più alta istanza giudiziaria ecuadoriana ha infatti fissato la multa a 9,511 miliardi di dollari, dimezzando l’ammontare fissato in precedenza (19 miliardi di dollari) da una corte della provincia settentrionale di Sucumbíos che nel 2011 aveva emesso un verdetto di colpevolezza per danni ambientali arrecati tra il 1972 e il 1990 dalla Texaco, acquisita nel 2001 dalla Chevron.

Per oltre tre decenni, la Texaco ha contaminato i terreni, le falde acquifere e le foreste con rifiuti tossici derivanti dalle estrazioni petrolifere, causando gravi problemi di salute che hanno portato alla morte di numerosi residenti. Si è infatti dimostrato che nelle regioni in cui operava la multinazionale statunitense vi è stato un forte aumento di malattie mortali, tra cui cancro e leucemia.

Un rapporto del 2008, pubblicato dall’Istituto di ricerca della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università Cattolica Guayaquil, ha rivelato che, ancora oggi, a distanza di anni dall’espulsione della Chevron dal Paese, le donne che bevono l’acqua a 200 metri da queste aree petrolifere soffrono di aborti spontanei con una percentuale del 147% rispetto a quelle che vivono dove non c’è inquinamento. Allo stesso modo, nelle zone colpite il 30 per cento dei bambini è malato di anemia, mentre negli adulti la percentuale è del 50 per cento. Dati che però la Chevron rifiuta di prendere in considerazione in quanto sostiene che la responsabilità dell’inquinamento e l’obbligo di sanare i danni in Amazzonia è da attribuire all’azienda petrolifera statale Petroecuador. Oltre il danno, la beffa.

Ora il caso arriverà formalmente a dicembre alla Corte penale internazionale (Cpi). E il timore che la giustizia sia ancora una volta intoppata è forte. Dietro la Cpi, infatti, ci sono gli Stati Uniti. Lo sa bene il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che davanti all’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura), ha accusato la compagnia petrolifera statunitense di «non assumersi le sue responsabilità» e di aver avviato una «campagna internazionale» per screditare il governo ecuadoriano.  «Invece di chiedere scusa alle vittime, questa compagnia ha speso centinaia di milioni di dollari», ha denunciato Correa, per farsi pubblicità sostenendo di aver già  fatto «una pulizia ambientale» in Amazzonia. Una bugia, come ne ha raccontate tante altre in passato.

Inoltre, la Chevron ritiene di non dover pagare la multa in quanto protetta dal «Trattato di protezione reciproca degli investimenti firmato da Quito con gli Stati Uniti». Correa ha ricordato che l’accordo è stato siglato nel 1997, mentre la società ha lasciato l’Ecuador nel 1992; pertanto «il Trattato non può essere applicato». «La negligenza della multinazionale ha provocato gravi malattie e malformazioni ai 30.000 membri delle comunità indigena che abitano nelle regioni dell’Amazzonia», ha precisato il capo di Stato ecuadoriano, citando la fuoriuscita di 680.000 barili di greggio che hanno contaminato fiumi, flora e fauna delle province di Orellana e Sucumbios, le cui acque sono profondamente inquinate.

Da parte sua, il colosso petrolifero statunitense si è rifiutato di «porgere pubbliche scuse alle vittime» e ha bollato la sentenza come «illecita e inapplicabile», asserendo che «è il prodotto di una frode e totalmente contraria a quello che dimostrano le prove scientifiche».

 

I dati dicono altro. Si calcola che il disastro ambientale provocato dalla Chevron è 85 volte maggiore della fuoriuscita dalla British Petroleum (BP) nel Golfo del Messico, nel 2010. I media e il presidente statunitense, Barack Obama, lo definirono il più grande disastro ambientale nella storia degli Usa: la fuoriuscita di greggio raggiunse le coste della Louisiana e del Mississippi, distruggendo il complesso ecosistema delle zone umide del delta fluviale oltre a un’economia locale basata sulla pesca e sul turismo.

La compagnia britannica fu costretta a prendersi tutte le responsabilità, promettendo in mondovisione di ripulire e bonificare la zona. La mobilitazione statunitense contro la British Petroleum è in aperto contrasto con il più assoluto disinteresse mostrato verso il disastro ambientale in Amazzonia e non solo.  

La fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico è una fotografia di cosa succede di routine nei campi petroliferi della Nigeria e di molti altri Paesi africani. Solo che in Nigeria le compagnie di solito ignorano questi incidenti, tappano il danno in qualche modo: se ne infischiano se l’ambiente e la sopravvivenza della gente sono compromessi.

Il presidente Obama ebbe pure il coraggio di  paragonare il disastro del Golfo di Messico ad «un’epidemia», con la quale gli Stati Uniti «combatteranno per mesi e anni» e, soprattutto, «per i figli degli Stati Uniti, che dovranno pagare le conseguenze dei danni ambientali». Nessuna apprensione invece per i figli dell’Ecuador e della Nigeria che non riescono a superare i sei anni di età.

Recentemente, la Chevron è stata responsabile di numerosi di altri episodi di inquinamento, come ad esempio la marea nera in Brasile, risultata, nel 2011, dieci volte più grande rispetto a quanto dichiarato dalla compagnia. Un anno fa ci fu l’incendio alla raffineria Chevron di Richmond, in California, mentre a gennaio 2012 si verificò un secondo incendio, a bordo di una piattaforma petrolifera di Chevron in Nigeria.

In poche parole, le multinazionali sono chiamate a rispettare le leggi ambientali in casa degli Usa, ma possono fare quello che vogliono, in particolare le statunitensi, negli altri Paesi.

Francesca Dessì

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