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Belli perché dannati

Nei giorni scorsi un certo ristorante francese è saltato alle cronache per un ordine particolare impartito alle cameriere: posizionare i clienti più avvenenti in bella mostra e dirottare, con la stessa affabilità del sorriso, i più bruttini in seconda o in terza fila – accanto alla toilette o alla cucina, per intendersi – a meno che questi ultimi non siano personaggi famosi. Ça va sans dire

Il fenomeno è accaduto nello snobissimo “George”, ristorante della catena “Costes”, situato come un olimpo terreno sulla cima del Centro Pompidou, da cui si governa quella Parigi, che proprio dal brutto ha sempre saputo ricavare charme, prima ancora che eterna gloria. Esempio portante di quanto detto è Serge Gainsbourg, cantautore e musicista, attore e regista, pittore e poeta del secolo scorso. 

Brutto ma maledetto, Gainsbourg, «l’uomo dalla testa di cavolo» come lui stesso usava definirsi per vie delle orecchie strabordanti, nonché del grosso naso adunco che incombeva sul volto serpentino; nel gioco delle parti, anche il suo corpo non fece eccezione: sgraziato per natura matrigna e, a quarant’anni, già sofferente per il primo infarto, per il diabete che, via via, andava rubandogli la vista, per le tempeste etiliche che l’avrebbero reso cirrotico –  nel tempo anche ubbidiente a un bastone – e infine per le ottanta “Gitane”, ogni santo giorno immancabili. Un fisico eccezionale, quello dell’artista, per tollerare tanto male senza che mai gli sfiorasse l’idea balzana di abdicare all’unico vizio davvero irrinunciabile, il piacere. Come avrebbe potuto, infatti, uno come lui – ardente del male di vivere – sopportare la vita, se non insidiandola a furia di bellezza e di smodate tentazioni? Così, ai tempi, andava “il brutto che piace” e in tal modo quel cantautore parigino divenne contemporaneo dello scrittore Huysmans, decadente per eccellenza ed esteta per necessità di sopravvivenza.

Gainsbourg, però, prima di farsi icona riconosciuta e applaudita a livello internazionale, fallì varie volte la sua carriera e, oggi come oggi, potrebbe sembrare ovvio che parte della colpa potesse essere attribuita anche al suo personale, sgraziato e disgraziato, che ostacolava l’ascesa agli onori della mondanità, in cui è richiesto, prima di tutto, le physique du rôle. La storia, invece, andò esattamente al contrario di come banalmente andrebbe oggi: in lui, la bruttura non fece altro che esaltare un nomadismo all’avanguardia e un fascino tanto indiscreto da risultare sensuale; in lui, la “scarsa presenza” che la natura gli diede in dote portò a compimento un inestinguibile savoir faire; ecco il segreto dei segreti proprio di ogni “dannato”: l’atmosfera che si porta addosso e che trascina a sé chiunque capiti a tiro, ma senza il minimo sforzo, senza posa alcuna.

In un uomo del genere, non vi fu il contrasto che spesso e volentieri coglie, facendole poi stridere, le nature più fortunate – quelle esteticamente ben fatte – quando a una bellezza perfettamente vuota segue l’assuefazione più consunta, ma un’armonia per la quale è molto più semplice perdonare una persona affascinate di essere brutta, anzi bruttissima, che a una bella di essere irrimediabilmente stupida o, peggio, fatua. Non a caso Gainsbourg si permise il sogno proibito degli Anni ’50-60, quella che ai tempi era considerata la femmina per eccellenza, Brigitte Bardot, alla quale, per essere definita compiutamente, bastò già il titolo stesso di un film: “E Dio creò la donna”. Non a caso, dicevamo, Gainsbourg si accompagnò a decine di amiche, amanti e compagne, tra cui splendide modelle e ammalianti attrici, tutte fedelissime, inclusa la sua stessa figlia con cui egli recitò nello scabroso eppure raffinato film “Charlotte for Ever”. 

Quanto è accaduto nel ristorante “Georges” non è altro che una manifestazione di razzismo – questa volta autentico – ma ciò, al di là delle trite e ritrite connotazioni negative, nella norma troverebbe legittimo fondamento in chi, sentendo minacciato a torto o a ragione il proprio territorio e, dunque, la propria identità, risponde con rabbia e diffidenza al “barbaro invasore”, “merce di scambio” di un sistema globale e globalizzante; una sorta di autodifesa, il razzismo, da una parte e pure dall’altra. 

Che una condotta di tal fatta si manifesti, però, all’interno di un locale ci fa comprendere come gli aspetti della globalizzazione si siano infiltrati persino negli spazi più ordinari della nostra quotidianità: essendo la nostra società poco avvezza al difforme, ogni forma di “brutto”, di non conforme e di non riducibile al modello imperante, risulterà intollerabile. Ecco, l’inglorioso risultato dell’uguaglianza: l’omologazione, da un punto di vista certamente etico, ma, mai come oggi, anche da uno prettamente estetico e, peggio, formale.

Chissà se un tipaccio come Gainsbourg, nonostante l’insuccesso del suo fisico, avrebbe sfondato nella “società dello spettacolo”, che dai propri protagonisti pretende il bello, non la dannazione. 

Fiorenza Licitra

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