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La scorsa settimana, su molti quotidiani è stata ripresa l’immagine di una donna riversa al suolo tra i rifiuti, a seno nudo, nei pressi della stazione Centrale di Milano. L’immagine ha suscitato grande indignazione per via dei numerosi passanti, che, incuranti, andavano oltre quel corpo inerme. Simile fatto, sempre nella stessa città, è avvenuto quando un’altra donna, in preda a forti dolori al petto, si è accasciata sul cofano di un auto, mentre le persone che le passavano accanto, tra cui madri di famiglia e studenti che in quei pressi normalmente bazzicano per recarsi alla Cattolica, ignoravano la malcapitata signora. Questi, i due recenti episodi che, per un paio di giorni – il tempo necessario per fare decantare l’indignazione generale contro un’indifferenza altrettanto generale – hanno occupato le pagine delle cronache nazionali. Eppure qui non si tratta soltanto di cronaca, ma di costume e di malcostume.

Come si arriva al disinteresse più spinto, tra le vie trafficate delle nostre città, verso una persona che sta male o che viene aggredita? Non si tratta, evidentemente, di due fenomeni della stessa entità – il primo è più grave, trovandoci davanti a qualcuno che, privo di difese, risulta inoffensivo – eppure, in entrambi i casi a rispondere non è il soccorso immediato, bensì la diffidenza che ci porta a non “immischiarci” troppo in fatti che non ci riguardano. Un comportamento, questo, non improvvisato e neppure del tutto illegittimo, se consideriamo il fatto che non passa giorno in cui non si sentono o non si leggono notizie a dir poco folli: un padre che impicca i due figlioletti di due anni e di diciotto mesi (l’episodio è accaduto solo tre giorni fa), una madre che obbliga la figlia (minorenne) a prostituirsi in cambio di cocaina e di soldi “facili”, un figlio che massacra il genitore per un divieto a uscire o ancora il tal dei tali che, ubriaco, investe un pedone, possibilmente sulle strisce, e sfreccia via – male che vada, gli toccherà qualche mese appena di carcere – o un altro tizio che, in pieno giorno, violenta indisturbato una ragazza mentre passeggia al parco. 

L’inaudito si reitera quotidianamente ed è proprio questo continuo refrain a scalfire, giustamente, la fiducia non soltanto verso il prossimo, ma anche e soprattutto rispetto alla nostra incolumità personale; la domanda che, infatti, sorge spontanea è: “E se mi succedesse qualcosa?”. Così una donna capitombolata a terra resta precisamente lì dov’è, a terra, pagando lo scotto della sovrana diffidenza che ognuno cova nei riguardi di tutti e di tutto.

È difficile contraddire il timore indotto da una pervasiva violenza derivata, la maggior parte delle volte, da gesti tanto assurdi quanto gratuiti e, quindi, difficilmente arginabili o gestibili. Ma è proprio a questo punto che subentra il risvolto della medaglia: l’abitudine della gente alla paura che, a lungo andare, diviene indifferenza e, peggio, inettitudine nei confronti, ad esempio, del barbone sfiancato e vecchio, troppo vecchio per non averne pietà, del ventennale dirimpettaio, fino a un parente stretto. 

Senza accorgersene, ci stiamo lasciando dominare nelle abitudini pubbliche e, in special modo, nelle attitudini private, perché, al di là del breve ragionamento di cosa potrebbe mai succederci qualora intervenissimo in una situazione incognita, in noi dovrebbe battere prima di tutto l’istinto, vale a dire il sangue, lo stesso che, più facilmente, ci fa precipitare a rotta di collo a salvare un bambino che sta per annegare. 

Attenzione a non sbagliare, non è affatto il “buonismo” a comandarci, al contrario: si tratta di una vitalità ancora selvatica e imprescindibile, che, infischiandosene delle conseguenze e dei “diritti civili”, ci muove a ubbidire esclusivamente a ciò che è giusto fare; nulla di più e nulla di meno di un imperativo intimo e  categorico, quindi.

Quanto normalmente avviene per le strade, o in qualsiasi condominio, solo perifericamente concerne il caso della persona abbandonata se stessa, cui non si presta il dovuto soccorso, nello specifico invece riguarda il modo in cui l’assuefazione alla paura riconduca inevitabilmente alla consunzione del nostro lato migliore, quello che mai dovrebbe essere addomesticabile: l’istinto, urgente e perentorio, che, nei casi di effettivo pericolo, difficilmente sbaglia. 

Cosa resta dell’uomo sociale e civilizzato senza questa sacrosanta “voce interiore”, che avverte, precede il pensiero, guida e sorregge? L’inciviltà di non essere uomini all’altezza del mestiere di vivere, con tutti i rischi del mestiere e le vertigini che le altitudini comportano, certo.

Fiorenza Licitra

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