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Libano: chi alimenta le tensioni etniche?

Il recente atto terroristico richiede una analisi più approfondita rispetto ai fatti, pur importanti, di mera cronaca.

Dal Patto nazionale post-coloniale – firmato il 22 novembre 1943 dagli attori politici libanesi – ad oggi, il Paese dei cedri ha vissuto perennemente in uno stato di precarietà istituzionale e sociale. Una precarietà dovuta ai molteplici fattori interni ed esterni che hanno condizionato nell’arco di tutti questi anni la vita politica del Libano, il quale, da solo, ha dovuto far fronte a compromessi, alleanze, minacce, attentati, ingerenze straniere, guerre intestine e aggressioni militari.

Basterebbe citare alcuni episodi chiave avvenuti negli ultimi sessant’anni per comprendere le difficoltà del popolo libanese nel ricomporre quel mosaico comunitario e confessionale delimitato a Sud dalle alture del Golan (confine con Israele) e ad est dalla Valle di Bekaa (confine con la Siria): dalla deportazione di decine di migliaia di profughi palestinesi in Libano all’indomani della creazione d’Israele, ai primi scontri confessionali del ’56 con l’arrivo dei marines statunitensi l’anno seguente. Dal fallito colpo di Stato nel ’61 del Partito siriano nazional-sociale che nel suo programma politico prevedeva l’inclusione del territorio nella “Grande Siria”, all’attacco israeliano dell’aeroporto di Beirut nel ’68. Dalla guerra civile iniziata nel 1975, alla prima invasione sionista nel ’78, fino ad arrivare alla seconda, quattro anni dopo, con i bombardamenti sulla capitale. Dall’assassinio del presidente Bashir Gemayel nel 1982, alla strage americano-sionista nel campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, lo stesso anno. Dalla creazione di Hezbollah, il partito islamico di resistenza, nato nel ’85 come milizia armata per liberare il Libano dall’occupazione israeliana, alla fine dei combattimenti intra-territoriali negli anni ’90. Dall’assassinio del premier Rafiq Hariri nel 2005, all’immediato ritiro delle truppe siriane dal territorio. E infine dalla terza ed ultima invasione sionista nel 2006 conclusasi con la vittoria di Hezbollah dopo 33 giorni di guerra, all’ultimo compromesso confessional-comunitario, quello di Doha nel 2008, il quale ha portato a capo del Paese Michel Souleiman, che solo nel 2011 (due anni dopo le legislative) è riuscito a formare un nuovo governo e a ridare una stabilità istituzionale al Paese. 

Il 2011 è un momento storico per il Libano. Il presidente Souleiman ed il primo ministro Najib Mikati formano un governo di maggioranza con il “raggruppamento dell’8 marzo”. È la nascita di un’alleanza sacra e trans-confessionale tra la Corrente Patriottica Libera del Generale Michel Aoun (partito cristiano-maronita) e Hezbollah del leader Hassan Nasrallah (partito prevalentemente sciita) articolata sulla riconciliazione nazionale e la realizzazione della pace civile in un Paese per decenni lacerato da un conflitto interno permanente. Il manifesto politico viene incentrato sul concetto di nazione, incoraggiando il dialogo intra-comunitario, l’edificazione di uno Stato forte che si pone come obiettivo la giustizia sociale, il ripristino delle relazioni siro-libanesi in chiave anti-israeliana, l’avvio di un processo d’integrazione per i rifugiati palestinesi presenti nel territorio, la difesa della sovranità del Paese, e la lotta ad ogni tipo d’ingerenza straniera attraverso il riconoscimento di Hizbollah in quanto movimento di resistenza “libanizzato”. 

L’avventura del “Raggruppamento dell’8 marzo” dura due anni. Il 25 marzo del 2013 il premier Mikati consegna le dimissioni, il governo ad interim viene assegnato al sunnita Tamman Salam il quale dal 6 aprile ad oggi non è mai riuscito a mettere insieme un esecutivo. 

Oggi il Libano paga questa instabilità istituzionale. Come paga la destabilizzazione della Siria che da circa due anni è immersa in una guerra civile che non sembra trovare vie d’uscita. La crisi siriana sta diventando per il governo di Beirut una seria preoccupazione, soprattutto da quando i Paesi del Golfo, quali Qatar e Arabia Saudita, hanno intensificato le pressioni sul governo di Bashar al Assad attraverso l’emirato salafita non-proclamato di Tripoli (secondo il giornale Al Manar vicino a Hezbollah, Riad opererebbe attraverso il finanziamento della corrente “wahabita”, mentre Doha agirebbe sui movimenti salafiti e sui gruppi vicini ad Al Qaida). Tripoli, città situata nel nord del Libano e a sud della città siriana di Aleppo, seconda metropoli del Paese per numero di abitanti, è stata in questi mesi teatro di scontro tra sostenitori e oppositori del presidente siriano Bashar al Assad, il più delle volte tra gli aleviti libanesi (vicini al governo di Damasco) e i sunniti radicali. Come lo è stata la stessa Beirut il 15 agosto scorso quando l’esplosione di un’autobomba in un quartiere meridionale della capitale roccaforte dell’Hezbollah aveva ucciso 27 persone. 

Recentemente la capitale libanese ha rivissuto le peggiori scene della guerra civile, quando lunedì scorso, il 18 novembre, due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria davanti all'ambasciata iraniana, situata nel quartiere sciita di Bir Hassan, nel sud di Beirut, uccidendo almeno 23 persone e ferendone 146. Corpi senza vita distesi nelle strade ricoperte di vetri e calcinacci, auto in fiamme, edifici dalle facciate devastate, famiglie distrutte, le lacrime dei sopravvissuti. L’attacco - rivendicato da un gruppo jihadista libanese che si ritiene legato ad Al Qaida, le Brigate Abdullah Azzam – è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli, legati anch’essi a doppio filo con al Qaeda foraggiato dai Paesi del Golfo. La televisione di Damasco non ha esitato a puntare il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar: “un odore di petrodollari - ha affermato l’emittente - proviene da tutti gli atti terroristici contro la Siria, il Libano e l’Iraq”. I deputati del Partito di Dio e i diplomatici iraniani invece hanno additato Israele come mandante dell’attentato.  

La tragedia arriva in un momento ben preciso. Da diverse settimane le Forze del 14 marzo (gruppo dell’ex premier Hariri e principale oppositore al raggruppamento dell’8 marzo), hanno chiesto più volte il ritiro di Hezbollah dalla Siria come condizione per trovare un accordo interno e formare un nuovo governo. L’attentato sembra un monito per il Partito sciita libanese che più volte ha ribadito di non voler cambiare la sua politica in merito alla Siria. Una settimana fa il leader del movimento Hassan Nasrallah, durante un’apparizione pubblica a sud di Beirut in occasione delle celebrazioni per l’Ashura (festa sciita) aveva affermato solennemente: “non vendiamo l’esistenza della Siria e quella del Libano per qualche portafoglio ministeriale – aggiungendo - coloro che parlano del nostro ritiro dalla Siria come condizione per formare un governo in Libano sappiano che si tratta di una condizione irrealizzabile”. 

Il futuro del Libano dipende dunque indirettamente dagli sviluppi della crisi siriana. Una cosa è certa: finché Bashar Al Assad resterà al potere, gli scontri saranno sporadici e circoscritti, come avviene da diversi mesi nel territorio. Ma se il capo di Stato siriano dovesse cadere, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Hezbollah, il Partito di Dio da sempre alleato con il regime siriano, potrebbe non accettare la caduta di un sistema a lui favorevole che lo lega a doppio filo con l’Iran degli Ayatollah. Gli intrecci politici della regione sono complessi e intricati. Ragione in più per non sconvolgere i Paesi dell’area con rivoluzioni di esportazioni, inclini soltanto a gettare benzina sul fuoco in un mosaico etnico e comunitario che rischia di implodere per un solo attacco terroristico. 

Sebastiano Caputo 

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