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Euro: crack imminente, parola di Serge Latouche

L’Eurozona è sull’orlo del baratro e la moneta unica ha i giorni contati. A sottolinearlo è stato il teorico della decrescita felice Serge Latouche, professore di Economia alla Sorbona, celebre studioso e autore di numerosi libri in cui teorizza un modello di sviluppo completamente diverso da quello attuale, le cui conseguenze e pericoli sono sotto gli occhi di tutti.

Il sistema consumistico è arrivato al capolinea, ha sostenuto durante una relazione all’Università Roma Tre, affermando senza timore alcuno: «Non so quanto resisterà ancora, se due, tre o cinque anni, ma sono convinto che l’euro abbia i giorni contati». A suo dire, inoltre, Stati come Francia e Italia dovrebbero uscire subito dalla moneta unica europea prima che avvenga la catastrofe oramai inevitabile. Latouche ha consigliato di scartare l’ipotesi della doppia moneta, che la Germania non accetterà mai. Naturalmente tutto questo è un grosso problema perché significa tornare indietro alle monete nazionali e ai nazionalismi, con tutto ciò che ne consegue. Ma non si può fare altro per opporsi all’oligarchia globale, tra i cui assunti c’è quello che è più facile controllare un’intera area, come quella UE, anziché le singole nazioni.

L’usura internazionale e i Signori del danaro hanno i giorni contati, stanno soltanto rallentando il crollo finale che prosegue dal 2008, con una discesa inesorabile verso l’insolvenza e la crisi senza vie d’uscita. Tutto causato dalla volontà di mantenere inalterati i loro interessi senza voler rinunciare a nulla. I tecnocrati internazionali di banche e organismi mondialisti puntano sulle ricette di austerità per strozzare i popoli e svuotarli delle loro ricchezze nella speranza che la fine arrivi il più tardi possibile, ma oramai è dietro l’angolo. L’unica strada percorribile dagli eurocrati e compagnia cantante potrebbe essere quella di mettere in dubbio le ricette iperliberiste e l’austerità finalizzate soltanto a ridurre la spesa pubblica corrente (esclusi, quindi, gli interessi sul debito), annullando lo Stato sociale e i diritti di cittadini e lavoratori, ma almeno per ora si tratta di un’ipotesi astratta.

Sono del resto le regole spietate dell’Alta finanza, degli speculatori senza nome, provenienti da un’area geografica ben precisa quella anglo-statunitense della City londinese e della Borsa di Wall Street, che nel loro insieme dettano le regole che stanno affossando l’economia delle nazioni europee e dei relativi cittadini. Il tutto viene realizzato in combutta con le potenti lobby economico-politiche sovrannazionali e le organizzazioni mondialiste, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, sempre pronte a speculare ai danni dei popoli di tutto il globo.

A dimostrare il fallimento delle ricette economiche decise dalla troika (Commissione europea, Bce, Fmi) vi sono i dati forniti da Eurostat il 14 novembre scorso. La zona euro è cresciuta di un misero 0,1 per cento negli ultimi tre mesi, dimostrando che l’ottimismo riguardo alla ripresa dalla crisi è assolutamente infondato e a dir poco prematuro. Durante l’estate scorsa, la zona euro ha rotto per la prima volta il ciclo di recessione in corso da 18 mesi con un tasso di crescita – un dato infimo – dello 0,3 per cento. E questa tendenza dovrebbe essere destinata a continuare per tutto l’anno in corso.

 

Il motivo principale del rallentamento è associato alla situazione della Francia, la cui economia si è ridotta di nuovo nel terzo trimestre dello 0,1 per cento. Un dato non previsto, dal momento che la stessa Commissione europea riteneva che il Pil francese sarebbe rimasto in linea coi tre mesi precedenti, quando era cresciuto dello 0,5 per cento.

Le aspettative degli eurocrati si sono dimostrate false, confermando che le loro decisioni in campo economico sono assolutamente fallimentari, in grado soltanto di creare un vortice debitorio e recessivo senza fine in cui gli Stati dell’Eurozona coinvolti si avvitano su loro stessi fino al collasso. A farne le spese sono innanzitutto i ceti meno abbienti, i giovani in cerca di una prima occupazione, i disoccupati, i dipendenti delle moltissime società sia pubbliche che private danneggiate dai contraccolpi finanziari e produttivi di una crisi ormai endemica.

Un immane disastro, percepibile anche solo passeggiando lungo le strade delle principali città europee. E tuttavia gli eurocrati di Bruxelles e i loro sodali dell’Eurozona parlano di un lento riemergere dell’Europa. Ma quando mai. Anche i tassi di crescita della Germania sono molti deboli, più deboli del previsto: lo 0,3 per cento rispetto allo 0,7 del trimestre precedente. L’ufficio di statistica tedesco, Destatis, ha osservato che la più grande economia della zona euro è rimasta il principale “motore” per la ripresa, precisando che «gli impulsi positivi nel terzo trimestre sono presenti esclusivamente in Germania». Il resto, sempre a suo giudizio, è colpa del rallentamento provocato dal calo delle esportazioni rispetto al trimestre precedente. Come sappiamo, però, anche Berlino vive un momento di difficoltà che rischia di provocare un corto circuito in tutta l’economia della cosiddetta locomotiva d’Europa, con un’implosione a catena innescata dalle ricette troppo austere applicate finora dalla Merkel.

Più a sud la situazione è anch’essa poco tranquillizzante. La Spagna è cresciuta appena dello 0,1 per cento, dopo un’analoga contrazione nel secondo trimestre, mentre l’Italia ha perso un altro 0,1 per cento, che si è aggiunto a quello precedente pari allo 0,3. Un euro eccessivamente apprezzato sui mercati, la diminuzione delle esportazioni e il basso potere d’acquisto anche a causa degli alti tassi di disoccupazione sono alcuni dei fattori della mancata crescita. Il tutto provocato, o almeno aggravato, dalle politiche di austerità recepite dai governi nazionali.

La Banca centrale europea proprio di recente ha preso la decisione di tagliare i tassi di interesse portandoli allo 0,25 per cento: una mossa in cui diversi analisti hanno visto il tentativo di evitare la deflazione che sta minacciando l’Eurozona. Una chimera, uno specchietto per le allodole inventato ad usum delphini dai tecnocrati della Bce. Che la misura sia sufficiente è tutto da vedere, così come restano da verificare le ultime “stime” della Commissione di Bruxelles, con una speranza di crescita dell’1,1 per cento nel 2014 e dell’1,7 nel 2015.

Ma è tutto falso: mentono sapendo di mentire nell’intento di ritardare il collasso finale. Dalla crisi non se ne esce se non affrancandosi dal meccanismo perverso dei debiti pubblici, in cui alcuni Paesi dell’Eurozona sono stati intrappolati lasciandoli senza via di scampo.

Andrea Perrone

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