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Genova: lotta a oltranza contro la privatizzazione dei trasporti

La città di Genova è stata paralizzata dai lunghi cortei organizzati dai dipendenti della Amt, la società pubblica incaricata di svolgere il servizio di trasporto pubblico. Gli autisti dei bus hanno infatti deciso di astenersi in massa dal lavoro nonostante la precettazione imposta dalla Prefettura. I mezzi sono stati lasciati nelle rimesse mentre i dipendenti bloccavano le principali arterie della città ed i caselli autostradali.

La battaglia è ormai senza esclusione di colpi, in ballo c'è il futuro di centinaia di dipendenti e la natura del trasporto nel capoluogo ligure. Marco Doria, sindaco vicino a Sel ed alla “sinistra”, ha deciso di mettere sul mercato le società partecipate o controllate dall'amministrazione comunale. Un'opzione in grado di far evaporare centinaia di posti di lavoro e di ipotecare la qualità del servizio erogato. Se dovessero arrivare i privati – i soliti “investitori” invocati anche dal Governo nazionale – potrebbero essere riviste verso l'alto le tariffe e diminuita la frequenza delle corse.

Per la prima volta nella storia di Genova è stata occupata per tantissime ore la Sala Rossa, quella del Consiglio comunale. Il Sindaco, i suoi Assessori ed i capigruppo della maggioranza di centrosinistra sono stati sottoposti ad una caccia all'uomo fatta di minacce, urla, spintoni e fughe. Una lotta all'arma bianca per impedire agli “eletti” di votare il documento presentato dalla Giunta comunale; mille lavoratori, mille lavoratori hanno occupato fisicamente occupato gli scranni del Consiglio per costringere alla fuga una politica sempre più sorda alle loro esigenze.

La battaglia di Genova non è una normale vertenza. È un ammonimento che deve mettere in guardia chi non vuole un mondo svenduto agli interessi del capitale finanziario. Non a caso, la battaglia di autisti e meccanici è iniziata dove i camalli attendevano la chiamata dei “padroni” per prendere servizio sulle banchine dell'antico porto ligure. Un ricorso storico che non deve sembrare una coincidenza. Chissà quali sarebbero le parole che si adopererebbero per la composizione di una narrazione di stampo vendoliano. I tranvieri verrebbero forse accusati di non aver capito o di essere complici di chi vorrebbe delegittimare l'operato di Pd e Sel. Un'azione politica che, in realtà, è pienamente in grado di gettare discredito su chi se ne fa promotore.

Intanto, gli organi locali di Sel hanno già provveduto a “condannare” la protesta dei lavoratori del trasporto. «Le ragioni delle persone, a partire dai lavoratori, possono essere più che legittime e giustificare le iniziative di protesta, di lotta - sottolineano - purché stiano entro i limiti dei dettati costituzionali e delle conseguenti leggi. Gli scioperi selvaggi dei pubblici servizi evidentemente non lo sono e recano gravi danni non al padrone ma ai cittadini, pensionati, lavoratori, studenti». Dello stesso tenore la conclusione: «Men che meno si possono giustificare i bivacchi nelle assemblee elettive, ci riportano ai tristi anni venti e trenta vissuti dal nostro Paese. Altro che difendere la Costituzione». Parole tristi perché frutto di partigianeria e disonestà intellettuale, frasi messe nero su bianco da chi ha costruito intere campagne elettorali cianciando di tutela dei diritti.

Tornando agli intendimenti della Giunta Doria, non possono essere certo i debiti a giustificare la svendita dell'ex municipalizzata, soprattutto se vengono contabilizzati a partire dagli anni Ottanta. La maggior parte delle aziende del trasporto pubblico locale sono indebitate, vuoi per gestioni poco oculate, vuoi per i sempre maggiori tagli ai finanziamenti. Ci si deve però ricordare che il trasporto non è un prodotto come gli altri. Occorre sbattere sotto il naso dei liberisti in servizio permanente alcune evidenze. Ad esempio, un privato andrebbe ad investire solo su quelle tratte in grado di garantire un ritorno economico. Costituisce invece onere di una pubblica amministrazione assicurare una qualità omogenea del servizio. Qualità che non può essere interamente finanziata dal costo del biglietto, così come vorrebbe qualcuno.

In questo caso il risultato sarebbe uno solo: un aumento esponenziale del costo della singola corsa. Non occorre essere economisti – e ci pare che il sindaco di Genova appartenga a questa categoria – per comprendere cosa succederebbe qualora il pubblico dovesse battere in ritirata. La sua decisione ci ha permesso di scoprire che esistono ancora lavoratori disposti a tutto pur di ostacolare la diffusione di dottrine economiche dannose e controproducenti. Probabilmente la Amt sarà messa sul mercato.

Una svendita che potrebbe sancire la definitiva frattura tra la cittadinanza ed il “Marchese rosso”.

Matteo Mascia

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