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Si invocano i capitali stranieri, si favorisce la razzia

Nei prossimi giorni il governo di Enrico Letta presenterà ufficialmente le misure con cui intende attirare nuovi investimenti stranieri nel Paese. Secondo Palazzo Chigi ci sarebbe molto bisogno di “capitani coraggiosi” pronti a scommettere sul futuro economico del Belpaese; capitali necessari per tentare di intercettare la ripresa economica. L'impresa in cantiere si annuncia di somma difficoltà. Pare difficile che le “larghe intese” riescano a catalizzare l'interesse degli “imprenditori autentici”. Più facile attirare chi si muove perché mosso da animo speculativo; dopotutto è lo stesso esecutivo a voler mettere sul mercato le principali aziende pubbliche. 

Chiunque verrà non si dovrà comportare come un gruppo di australiani che si era messo in testa di voler aprire miniere d'oro in Sardegna. Un'avventura durata pochi anni e capace di lasciare un'eredità pesantissima. Nel mezzo del Campidano, a 40 chilometri da Cagliari, è presente l'ex sito estrattivo di Furtei. Tra quelle colline sono stati prodotti una serie di lingotti in grado di garantire un discreto numero di posti di lavoro. Peccato che la tecnica prevista per ottenere il preziosissimo minerale fosse molto aggressiva (per usare un eufemismo). Si prevedeva di sbriciolare il territorio per estrarre, attraverso una miscela a base di cianuro, elementi contenenti oro. Un processo chimico di cui oggi rimangono litri e litri di scarti. Tutti raccolti in un lago artificiale che minaccia larga parte delle campagne della provincia del Medio-Campidano. 

Gli australiani – imprenditori che rispecchiano in pieno l'identikit di quelli che Letta vorrebbe attrarre – sono fuggiti appena hanno sentito puzza di bruciato. La società mineraria è stata fatta fallire ed i suoi amministratori sono volati lontano dalle attenzioni della procura del capoluogo sardo. Fuga architettata quando qualcuno ha iniziato a mettere il naso su concessioni ed autorizzazioni. Una dinamica ben nota a chi segue gli investimenti di marca straniera. Quando si parla di controlli o danni ambientali non ci sono investimenti che tengano, meglio affidarsi alla legge fallimentare e lasciare sulle spalle del pubblico la bonifica di territori compromessi dal “capitalismo pirata”. I residenti di Furtei conoscono benissimo queste vicende, tanti giovani del paese sono stati impiegati alle dipendenze della “Sardinia Gold Mining”, questo il nome altisonante scelto da chi è arrivato dalla terra dei canguri. 

La chiusura della miniera è tornata d'attualità grazie ad una denuncia del deputato Mauro Pili, giornalista ed ex presidente dell'Isola. «Da uno studio notarile di Vancouver – ha spiegato il componente del gruppo Misto di Montecitorio - mi giunge inedita la storia del lago di cianuro della dismessa miniera di Santu Miali, di tutti i soldi che sono circolati, delle prebende e di uno strano fondo collegato all'oro di Furtei e depositato nelle isole Cayman. Un report certificato, con nomi e cognomi. Tutti i dettagli di come in molti hanno fatto i soldi speculando sull'ambiente e consentendo un disastro ambientale senza precedenti. Attendo la traduzione esatta, le analisi dei campioni e poi la verità su questo scempio sarà pubblica»

Dopo il fallimento della Sardinia Gold Mining e dell'operazione oro a Furtei ci fu nel 2009 un tentativo per estrarre piombo e zinco, sempre con il cianuro, nel sud dell'Isola. A denunciarlo è sempre Pili, che spiega come ci sia stato un vero e proprio annuncio alla Borsa di Londra degli amministratori della società “King rose mining” con un obiettivo di 70-90 mila tonnellate di materiale. Il regista dell'operazione, secondo Pili, sarebbe sempre lo stesso. «Mr. Morris aveva guidato la miniera di Furtei lasciando devastazione e inquinamento - spiega il parlamentare - dopo il fallimento lo stesso Morris cambia casacca per vestire le insegne della King rose mining. Obiettivo chiaro ed evidente: sfruttare le discariche minerarie a cielo aperto della Sardegna, partendo dal Sulcis, per estrarre a colpi di cianuro tutti i metalli presenti in quegli accumuli di sterili»

Un progetto ambizioso, quello relativo alle zone del Sulcis, che potrebbe entrare nelle grazie di chi oggi si affida con pressoché totale ingenuità alla “generosità” dei capitali stranieri. Senza regole certe si lascerà campo libero a chi vorrà architettare solo razzie e rapine a danno del patrimonio nazionale. I guadagni saranno privatizzati e le perdite lasciate sulle spalle dei bilanci pubblici. Oggi, a vegliare sul lago di cianuro è l'Igea, una società totalmente pubblica controllata dalla Regione Sardegna. Anche una parte dei minatori rimasti disoccupati è stata riassorbita nell'organico dell'azienda regionale. Uomini che avranno l'onore di gestire la delicatissima fase di bonifica, risanamento che potrà essere portato avanti solo grazie allo stanziamento di decine di milioni di euro. Opere di ingegneria ambientale che – ovviamente – non interessano né gli stranieri né chi ha inquinato. Insomma, per quanto riguarda i capitali non è tutto oro quello che luccica. È il caso di ricordarlo a Letta ed ai suoi. 

Matteo Mascia

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