Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Telecom continua il disimpegno

Dopo Telecom Argentina, Telecom Italia metterà in vendita anche Tim Brasile mobile. Se la prima svendita è stata giustificata con la considerazione che non si trattava di una attività “strategica”, affermazione a dir poco incredibile, la seconda verrà giustificata con la necessità di fare cassa. 

Si tratta infatti di una consociata più che sana, anzi sanissima. L’unica società del gruppo che continua a crescere e a macinare utili. Si conferma in questo modo la strategia generale di smobilitazione innescata dal gigantesco debito che si è abbattuto su Telecom Italia in seguito alla famigerata Offerta pubblica di acquisto lanciata dall’Olivetti di Colaninno nel 1998. Una operazione che venne avallata dall’allora capo del governo Massimo D’Alema, che ebbe la faccia tosta di parlare di “capitani coraggiosi” in relazione alla cordata bresciana, e permessa dall’allora presidente della Consob, il non compianto professore Luigi Spaventa. Da lì si originò la lunga storia di Telecom nella quale i vari gruppi di controllo, Colaninno e soci appunto, poi Tronchetti Provera e Benetton ed ora la holding Telco, hanno caratterizzato la loro azione innescando il saccheggio del patrimonio industriale ed immobiliare e non mettendo in piedi un piano industriale degno di questo nome. 

La decisione di svendere le attività in Sudamerica è strettamente legata alla inevitabile incorporazione di Telecom dentro la spagnola Telefonica che controlla il 42% e passa di Telco. Una holding finanziaria che rappresenta il nocciolo duro degli azionisti del gruppo italiano con il 24% circa. 

Telefonica, di suo, già possiede diverse consociate in Sudamerica la cui esistenza entrerebbe per forza di cose in conflitto di interessi con quelle della futura consociata Telecom Italia. Di conseguenza l’attuale dirigenza del gruppo italiano ha pensato bene di giocare d’anticipo e di avviare un rompete le righe che prima poi si sarebbe dovuto fare. 

I soldi che entreranno in cassa serviranno pure a ridurre, in parte, l’enorme debito che in tutti questi anni ha impedito ogni strategia di sviluppo e ogni possibilità di crescita. La mezza ammissione, che in realtà è una vera e propria dichiarazione di intenti, è stata fatta dall’amministratore delegato, Marco Patuano, in un incontro con i sindacati che a sentire parlare di “offerta adeguata” per Telecom Brasile, hanno subito drizzato le antenne. Sul versante italiano, Patuano ha assicurato che non ci dovrebbero essere esuberi (licenziamenti e prepensionamenti) anzi non ha escluso nuove assunzioni per la necessità di disporre di «competenze tecnologiche specifiche» e di «un mix professionale diverso» che sembrerebbe alludere più ad esperti finanziari che industriali. Necessari, più che altro, per massimizzare il guadagno per i soci italiani di Telco dopo la vendita delle loro quote agli spagnoli di Telefonica. Patuano ha confermato poi che la rete fissa non sarà scorporata dalla holding ma si procederà soltanto ad una «separazione funzionale» . 

In ogni caso, l’amministratore delegato ha assicurato 9 miliardi di investimenti in tecnologie di ultima generazione nel triennio 2014-2016 in maniera tale da assicurare che la tecnologia NGN (Next Generation Networking o Rete integrata nei servizi) raggiunga oltre il 50% della popolazione e quella LTE mobile (Long Term Evolution) un 80% circa. Il tutto in linea con gli obiettivi previsti dall'Agenda Digitale europea. Un’evoluzione necessaria e fisiologica che non può però nascondere il ripiegamento di Telecom Italia sul mercato interno e la sua marginalizzazione a società operante sul piano regionale e controllata da un gruppo straniero.

Irene Sabeni

Damasco: quando la guerra viola anche l'anima

Ricominciare l’inizio