Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Lavoratori sfruttati, pensionati poveri

I giovani italiani che oggi lavorano o stanno per affacciarsi sul mercato del lavoro dovranno accontentarsi di occupazioni precarie e mal pagate. In vecchiaia gli andrà pure peggio perché dovranno accontentarsi di pensioni da fame. Sempre che potranno contare su una pensione decente. 

La grande scoperta è stata fatta dall’Ocse che in un suo rapporto sui sistemi pensionistici lancia l’allarme, mettendo sotto accusa il sistema contributivo che, a suo avviso, finisce per penalizzare i lavoratori con carriere intermittenti e quelli con lavori precari e mal retribuiti. C’è da ridere se non fosse che viene da piangere. È da decenni che l’organismo tecnocratico di Parigi, che nella sua ragione sociale prevede la cooperazione e lo sviluppo, ci fa una testa così con le sue insistenti tirate sulla necessità di abbattere ovunque i dazi doganali, di sviluppare al massimo la concorrenza e di varare le cosiddette “riforme strutturali” che altro non è che la modifica del cosiddetto “mercato del lavoro” nell’ottica del precariato e della flessibilità. 

Non è un caso che da diversi decenni si stia tentando, peraltro con successo, di fare passare l’idea che il lavoro sia un fattore della produzione che possa essere trattato allo stesso modo delle materie prime, delle merci, dei semi lavorati, dei prodotti finiti e dei capitali. Un fattore della produzione che, a piacimento delle imprese, possa essere spostato, trasferito e riallocato. Già il termine “mercato del lavoro” è in tal senso esemplificativo della deriva in corso. 

Un lavoratore si deve presentare sul “mercato”, appunto, e vedere se riesce a vincere la concorrenza di altri poveracci morti di fame come lui e alla ricerca disperata di una retribuzione, seppure bassa e a tempo limitato. Deve vedere se riesce a trovare qualche imprenditore che si degni di assumerlo a tempo determinato, o qualche esponente di quel “caporalato” che non è mai scomparso, vedi in agricoltura, e che lo affitta a tempo a questa o quella azienda. 

Una svolta che in Italia si è delineata negli ultimi venti anni, in concomitanza con la fine delle ideologie e con l’avvento della pseudo Seconda Repubblica, e che ha visto l’impetuoso sviluppo delle agenzie che offrono lavoro interinale. Una espressione orribile per indicare appunto il lavoro in affitto. Il lavoro ridotto a merce, con un lavoratore obbligato alla perdita della propria dignità di persona, è andato di pari passo con l’aumento della povertà nei Paesi del cosiddetto “Occidente avanzato”. 

Quando il fattore lavoro viene sfruttato e malpagato, la prima conseguenza è infatti l’impoverimento di quel ceto medio che rappresenta la classe economica più diffusa della società. A questo si aggiunge, tanto per cambiare, un trasferimento di ricchezza reale a favore delle classi più agiate. La situazione poi è stata aggravata dall’incidenza che sul “mercato del lavoro” interno ha avuto la concorrenza internazionale, rappresentata da Paesi dove il costo del lavoro è circa otto volte inferiore a quello europeo. C’è stata così una spinta per convincere i lavoratori europei a rinunciare ai propri diritti acquisiti da anni, in cambio di trattamenti retributivi e di qualità del lavoro molto più bassi con il fine di contrastare la concorrenza estera. Conseguenze che dal fattore retributivo hanno fatto presto a riflettersi sull’entità dei contributi e sulle prospettive del sistema pensionistico.

Si tratta di una realtà che era ben chiara all’Ocse e ad i suoi analisti come a qualunque altra persona di buon senso ma che finora a Parigi non ci si era preoccupati di evidenziare, reputandola come una spiacevole conseguenza di quel Mercato, con annesse liberalizzazioni e privatizzazioni, che i tecnocrati dell’Ocse esaltano come la panacea di tutti i mali. Sotto accusa finisce così il metodo contributivo che in Italia ha sostituito quello retributivo nel calcolo delle pensioni. L’Ocse osserva che oltre alle prestazioni (come l’assegno sociale) erogate secondo il livello di reddito, l'Italia non prevede per le persone di 65 anni e per quelle più anziane, alcuna pensione sociale per attenuare il rischio di povertà. 

A seguire, l’Ocse lamenta che il sistema pensionistico privato non è ancora ben sviluppato. Nonostante sia stata prevista nel 2007 l'introduzione del meccanismo d'iscrizione automatica ai piani pensionistici privati, salvo dichiarazione contraria, alla fine del 2010 aveva aderito soltanto un 13,3% del totale andato in quiescenza. A giudizio dell’Ocse quindi, il solo aumento dell'età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul “mercato del lavoro”, specie se molti possono lasciarlo in anticipo. 

I governi devono quindi varare politiche mirate per promuovere l'occupazione e la occupabilità (!) e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe. 

Insomma, un modo elegante per dire: “lavorate di più, lavorate in condizioni peggiori e con retribuzioni più basse. Se poi schiattate, farete un grande favore ai sistemi pensionistici pubblici e privati”.

Irene Sabeni

"Primavera araba": sicuro sia vera rivoluzione?

Siria. Turchia e Iran a sostegno di “Ginevra 2”