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"Primavera araba": sicuro sia vera rivoluzione?

Le “primavere arabe” erano nate molto probabilmente in maniera autentica, spontanea, dal basso. I media internazionali parlavano falsamente di popoli che avevano sete di “libertà e di democrazia”, quando in realtà la rivolta nasceva per rapporti di classe, per assenza di giustizia sociale e probabilmente per un’eccessiva corruzione delle elite governative. I social network non c’entravano nulla (nei popoli arabi solo la borghesia li usa, la maggioranza non fa nemmeno uso di internet), i giovani, mediamente. In piazza c’era il ceto medio: lavoratori, artigiani, piccoli commercianti. La rivolta popolare mirava ad una rivoluzione economica contro l’impoverimento della popolazione, ma molto rapidamente si è trasformata in un inverno freddo dove ha prevalso una rivoluzione culturale, di facciata. La protesta è stata così manipolata, cavalcata, infiltrata da gruppi islamici che con il tempo si sono riorganizzati al punto da presentarsi alle elezioni e vincerle. 

L’avvento dal Marocco all’Egitto di governi islamici, la “primavera araba” ha partorito tutt’altre dinamiche da quelle alla base della contestazione di massa, a partire dalla rivoluzione delle tradizioni e dei costumi. 

Prima del suo “rinnovamento” l’intera classe politica rimaneva in qualche modo infeudata all’Occidente, anche se in realtà apparteneva ad una generazione anti-colonialista, e quindi favorevole ad un’economia terzomondista sganciata dalle logiche di mercato imposte dai padroni del mondo e che allo stesso aveva fatto della laicità un pilastro fondamentale per edificare una comunità mediterranea.  Così in Nordafrica piuttosto che abbordare i problemi reali della popolazione, tra questi quelli di natura sociale e macro-economica, la nuova classe dirigente è sembrata interessarsi esclusivamente alle tematiche periferiche, lasciando enormi margini di manovra agli schieramenti integralisti, che fino a due anni fa facevano fatica a sopravvivere.

Non si tratta di un’opinione bensì di una realtà dimostrata dall’ultima indagine regionale pubblicata di recente dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). “L’outlook per il breve termine appare indebolito”, e ancora: “per l’anno in corso, prevediamo un calo di crescita pari a 2,25 punti percentuali”, vale a dire quasi un punto di differenza rispetto alle previsioni fatte a maggio, che parlavano di un calo del 1,5 per cento. 

Le cause che hanno condotto il Fondo a rivedere a ribasso questi dati sono di due ordini sostanziali: l’instabilità politica e una richiesta globale di petrolio debole. Secondo gli analisti, la crescita nella regione potrebbe riprendere nel 2014, in conseguenza di un miglioramento generale dell’economia a livello internazionale e di un recupero delle produzioni di petrolio. Tuttavia, mette in guardia lo studio, “rischi sostanziali pesano su questa previsione e, cosa ancora più preoccupante, i numeri della crescita resteranno comunque ben al di sotto dei livelli necessari per ridurre l’alto tasso di disoccupazione e migliorare le condizioni di vita nell’area”

I dati emersi dal rapporto del Fondo Monetario Internazionale confermano dunque il ruolo marginale svolto in questi due anni dai governi islamici. Una serie di leggi restrittive nel campo del sociale e delle libertà individuali (restrizioni sull’uso dell’alcool, legge sul velo all’università, ecc.), e nessuna rivoluzione dal punto di vista macroeconomico. Di fatto: sottomissione al monetario attuale, al libero mercato, alla spirale del debito pubblico e della recessione. 

Sebastiano Caputo 

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