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Giù le mani dalla mia puttana

«Le prostitute sono un diritto», recita lo slogan ideato dal tanto noto quanto discusso Frederic Beigbeder, scrittore, polemista e critico letterario francese, che insieme ad altri intellettuali commilitoni, ha stilato il “Manifesto dei 343 mascalzoni” – in uscita sul prossimo numero del mensile “Causer” – sulla scia del provocatorio “Manifesto delle sgualdrine”, del 1971, redatto dalla stessa Simone de Beauvoir e firmato da altre celebri signore, che ammisero di avere abortito (fatto allora perfettamente illegale), reclamando a viva voce il diritto di farlo. Peccato, poi, che tale diritto, dopo quarant’anni, si sia ridotto a uno squallido sistema di contraccezione postuma.

Ciò detto, l’accesa protesta, avvenuta negli ultimi giorni da parte dei “mascalzoni”, è volta a tutelare il sesso mercenario, scalfito dall’ultimo progetto di legge – a immagine e somiglianza del modello proibizionista svedese – che prevede un’ammenda di 1.500 euro per tutti coloro i quali, colti in flagranza di reato, approfittano di servizi sessuali a pagamento, appunto. In più, per i recidivi, è previsto il doppio della sanzione. Un triste escamotage, questo, per abolire la prostituzione, o per fare finta di provarci, almeno.

In verità, sembrerebbe che i tanti deputati, sostenitori del suddetto provvedimento, abbiano semplicemente e un po’ fiaccamente escogitato un modo per fare intascare qualche soldo in più alle tasche dello Stato. Soldi facili, s’intende, come per certe meretrici.

Rivolgere l’attenzione giuridica all’ultima ruota del carro – il cliente – è, evidentemente, non soltanto inutile ai fini dell’ipotetica battaglia alla prostituzione, ma altamente ipocrita, se si pensa che le cose, a parte per il portafoglio del diretto interessato, resteranno esattamente come sono: la maggior parte delle prostitute continuerà a essere mercificata dal pappone di turno e umiliata dai molti maniaci, psicotici e affini, che protetti – loro sì – da uno Stato consenziente allo sfruttamento della prostituzione, si permetteranno le offese peggiori, sia fisiche che morali. Uno Stato che, di fatto, non riesce ad arginare l’aumento sempre crescente di minorenni, che, strappate a una povertà forse ancora dignitosa rispetto al luogo natio, vengono trascinate nelle capitali europee con passaporti falsi e spesso con l’inganno di un futuro benessere nei “Paesi del benavere”, di cui comunque esse non faranno mai parte.

Sono centinaia le baby-prostitute che, dalla Moldavia alla Romania, dal Maghreb all’Africa del Nord, arrivano ogni anno in Italia; la stima a tutt’oggi è destinata a restare approssimativa: molte di loro, infatti, non finiscono più nella strada, ma in club privati, alberghi e appartamenti di compiacenti e compiaciuti “signori”. Inoltre, i protettori, affinché la “tratta” da loro condotta sia difficilmente rintracciabile, ogni due settimane creano dei veri e propri trasferimenti di folti gruppi di “schiave e schiavi del sesso”, dal Nord al Sud del territorio nazionale.

Stando all’ultimo rapporto della “Fondation Scelles”, la maggioranza delle persone che si prostituisce è stata costretta da un protettore a prestare i propri servigi. Ed è da questo preciso punto che, riportando le parole di Oria Gargano (fondatrice e presidente di “Be Free”), occorre fare un’obbligatoria diversificazione tra prostitute e “prostituite”; due categorie che, spesso e volentieri, restano profondamente distinte e separate.

«Che le nostre relazioni carnali siano a pagamento o meno, non potremmo mai fare a meno del consenso del partner. Allo stesso tempo noi pensiamo che ciascuno abbia il diritto di vendere liberamente le sue virtù, e persino di trovarlo appagante», sostengono i “mascalzoni”, e aggiungono inoltre: «Touche pas à ma pute» (Giù le mani dalla mia puttana). Seppure gli intellettuali firmatari dell’appello  – più liberali, ahinoi, che libertini – mirino provocatoriamente a difendere certe tendenze sessuali, nonché un certo modus vivendi, hanno comunque toccato il centro della questione, vale a dire il consenso, e non soltanto della parte certamente maschile – legata all’erotismo, al possesso, alla trasgressione e anche al ritrovarsi, sì, tra braccia sconosciute, eppure più accoglienti, a volte, di una compagna ormai tiepida – ma anche di quella femminile.

A prescindere dal fatto che una donna si dia al meretricio per sfizio e piacere o per mero interesse economico, che sia giusto o sbagliato da un punto di vista morale, ai fini del discorso resta di vitale importanza che il “mestiere più antico del mondo” sia preceduto dal libero arbitrio, dalla scelta volontaria e personale di un uomo e, prima ancora, di una donna che si presta alla professione, senza per questo esserne schiavizzata.

Se fosse vero l’ambizioso progetto di combattere il racket della prostituzione, l’unico rimedio concreto resterebbe sempre e solo quello di accettare e di legalizzare l’irriducibile ruolo delle prostitute, non facendo più di esse delle “prostituite”. Se solo fosse vero.

Fiorenza Licitra

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