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L'Europa secondo Sergio Romano (quasi apprezzabile)

Sergio Romano è forse l’ultimo dei conservatori in Italia. Si autodefinisce così lui stesso, nell’accezione originaria, e ormai anacronistica, di difensore del passato meritevole di un futuro. L’ex ambasciatore a Mosca ed editorialista del Corriere della Sera è una delle poche grandi firme dell’establishment mediatico che possa vantare due doti rare: l’onestà di giudizio e il lucido realismo. Un elegante e colto cinico di scuola Metternich, per capirci. Ma proprio perché discende da una tradizione di realpolitik di ampio respiro, non manca di visione e di una certa audacia intellettuale. Ascoltandolo di recente ad una lezione sui futuribili Stati Uniti d’Europa in quel di Vicenza, sua città natale, ha tracciato un possibile modello per il Vecchio Continente non privo di interesse e di una sua originalità. Anche se colpevolmente monco di una parte essenziale. 

Romano segue il solco dell’europeismo ufficiale quando si dice d’accordo con un’accentuazione ed accelerazione del processo di unità fra le nazioni europee. Dopotutto, come si è detto, è un opinionista che scrive sul quotidiano principe del pensiero unico. Ma coglie un punto fondamentale, da epigono della Destra storica qual è, quando denuncia l’umiliante sudditanza dell’Europa nei confronti degli Usa. Ha citato, ad esempio, un articolo del Sole 24 Ore sul cavo in cui passano tutte le telecomunicazioni satellitari fra Mediorente e Occidente, intercettato da Washington e dalla fedelissima Londra. Un fatto gravissimo all’interno di quel gravissimo, anche se ahinoi non imprevedibile, scandalo che è il Datagate, con i servizi segreti d’oltreoceano che spiano le telefonate di milioni di europei, capi di governo compresi. Ha rimarcato come gli statunitensi abbiano perduto le ultime tre guerre «sbagliate» all’Irak, all’Afghanistan e alla Libia. Ha chiarito che l’Alleanza Atlantica (Nato) venne fondata all’unico scopo di fronteggiare il nemico sovietico, ma dopo il suo crollo nel 1991 «se ne poteva fare a meno o si poteva trasformare aprendola anche alla stessa Russia», invece di approffittarne rendendola una «riserva di complici» volonterosi in coalizioni belliche in cui «a comandare sono soltanto gli Americani». Un atteggiamento «imperiale» che si ritorce contro loro stessi perché in questo modo «si diventa responsabili di tutto», che Romano bolla, con un velo di eufemismo, come «non decoroso».

La sua idea di Stati Uniti d’Europa si basa anzitutto sulla riconquista dell’indipendenza geopolitica e militare nei riguardi dell’alleato-padrone americano. Non arriva a chiedere l’uscita dalla Nato, ma parla esplicitamente di «neutralità» e pensa all’Unione Europa dell’avvenire come ad un’«organizzazione per la sicurezza collettiva». Un blocco autonomo e non schierato a priori con nessun’altra superpotenza mondiale, né Usa né Cina, semmai con un occhio di simpatia alla Russia. Precondizione della ritrovata libertà europea non potrà che essere, e qui Romano tocca un altro tasto decisivo, le servitù militari statunitensi: «è indispensabile congedare le basi americane», ha detto a chiare lettere. Una posizione non nuova, e che lo distingue nettamente dalla pubblicistica moderata e filo-americana. 

Il nostro sceglie una similitudine non peregrina: l’Unione dovrebbe trasformarsi in una grande Svizzera, con gli attuali Stati nazionali “cantoni” in una confederazione con un proprio esercito e una sola politica estera. Il cammino per giungere alla meta, tuttavia, è lungo e tortuoso, perché i risultati si ottengono a patto di mettere sulla bilancia una potenza sufficiente per trattare da posizioni di forza con Washington. E l’Ue non solo non ha una “testa” politicamente forte e legittimata, ma a tutt’oggi non intende neppure averla, visto che le sovranità nazionali restano ancora padrone del campo. E giustamente, vista la natura puramente bancocentrica, burocratica e oligarchica di questa Europa. 

A mancare nel discorso di Romano, infatti, è stato un excursus sull’unico reale potere che unisce e tiene in ostaggio gli Europei: le banche. Tocca citare Eugenio Scalfari sull’ultimo numero dell’Espresso, per chiarire i termini della questione: «Oggi la sola istituzione europea dotata di poteri autonomi è la Banca Centrale (Bce), sebbene… il suo direttorio sia ancora nominato sulla base di accordi tra i governi nazionali». Il papa radical-chic che parla da pari a pari col Papa, tifoso della tecnocrazia («dobbiamo partire dall’alto»), suo malgrado centra il problema: all’origine dell’“europeizzazione fredda” c’è un connubio d’interesse fra Stati nazionali, che non mollano per ragioni sociali e istituzionali per altro solide, e la Bce che agisce indipendentemente dal parlamento-vetrina di Strasburgo. 

Ecco, da questo orecchio Romano non ci sente. Fedele alle sue convinzioni di liberale vecchio stampo, non “vede” il vizio d’origine della costruzione europea, nata su trattati-capestro appositamente escogitati per rendere gli Stati un laboratorio di sperimentazione del liberismo da accademia, tutto numeri e niente umanità. Questo il suo invalicabile limite. Ma almeno sul versante più tradizionale dei ragionamenti di scacchiere, uno come lui si può ascoltare con piacere. E trarne qualche spunto utile. La consapevolezza che sia necessaria un’Europa armata che ripristini e vari un servizio di leva obbligatorio sull’esempio elvetico, per esempio è utilissimo.

Alessio Mannino

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