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L'Italia e i "Capitani di sventura"

Il capitalismo italiano è sempre stato un capitalismo senza capitali. Almeno per quanto riguarda le imprese quotate in Borsa che nella Prima Repubblica si potevano avvalere dei servigi di Mediobanca che era specialista nel trovare soluzioni ad hoc in grado di creare strutture societarie che servissero ai vari Agnelli e Pirelli per conservare il controllo delle imprese di famiglie, limitando al minimo l'esborso di quattrini. 

La cosiddetta “ingegneria finanziaria” in salsa italiana, nella quale il non compianto Enrico Cuccia di Mediobanca era maestro, è stato uno dei grandi mali del nostro sistema economico e finanziario. Infatti, quando ci si disabitua ad investire capitali propri, e il rischio è l'essenza stessa del fare impresa, e quando il cattivo esempio viene proprio da coloro che cianciano di Libero Mercato, un Paese come l'Italia non può che andare in rovina. Quello che era uno sconcio nella Prima Repubblica, e basta vedere la storia della Fiat per comprenderlo con i piccoli azionisti trattati come carne da macello, il famigerato “parco buoi”, è diventato la regola nella Seconda. Con la differenza non da poco che lo sfascio odierno del sistema industriale e di quello finanziario italiani si realizza nell'assenza di una classe imprenditoriale degna di questo nome. 

Tutti i principali settori industriali sono in corso di smantellamento. Bastino per tutti l'esempio dell'auto e della siderurgia. E a compensare questa deriva non possono bastare i successi di gruppi come Armani e Luxottica che appartengono ad una industria che dagli economisti viene definita “leggera” e che, come tale, non può funzionare da traino per gli altri settori. Grazie a tali marchi, trionfa l'aspetto dell'immagine, lo stile italiano, che pure è importante ma non sufficiente a far decollare la nostra economia. Inoltre, quelli che sono definiti imprenditori o industriali dalla stampa di proprietà del sistema bancario che governa il nostro Paese, sono in realtà soltanto dei finanzieri che avevano investito soldi in aziende industriali unicamente perché mossi da un altro tipo di interessi. Come quello di impadronirsi, al prezzo di poche lire, di attività o di società controllate dalla società capofila e di trasferirle all'azienda di famiglia. Poi una volta saccheggiata la società X, questa veniva rivenduta ad un altro finanziere pseudo-imprenditore ed il gioco ricominciava. Esemplare in tal senso è stata la vicenda di Telecom che passò nell'ordine dal controllo dello Stato a quello di Colaninno (Olivetti), da quello di Tronchetti Provera (Pirelli) a quello della Telco (gli spagnoli di Telefonica e vari gruppi finanziari italiani). Una vicenda che è servita a fare guadagnare quanti la hanno avuta in gestione, ma che ha fatto perdere cifre eclatanti ai piccoli risparmiatori. Oltre ovviamente ad impoverire e distruggere Telecom. Appare così incredibile che alcuni dei protagonisti della vicenda Telecom abbiano dato vita sui mezzi di stampa ad una polemica dai toni accesi sulla gestione degli ultimi 15 anni. Ha aperto il fuoco di fila Carlo De Benedetti che pur non avendo gestito Telecom era padrone della Olivetti prima di passarne la gestione a Colaninno che, contro il suo parere, lanciò nel 1998 la famigerata Opa (offerta pubblica di acquisto) su Telecom, tutta basata su un enorme indebitamento. Quella che, con somma faccia di bronzo, Massimo D'Alema definì una operazione fatta da “capitani coraggiosi”. 

L'ingegnere torinese, da tempo cittadino svizzero (nel Canton Ticino le tasse sono più basse) ha sostenuto che se i “capitani coraggiosi” sono quelli, Colaninno, Tronchetti Provera, Benetton ed oggi Bernabé, allora lui preferisce di gran lunga le Partecipazioni Statali (le aziende di proprietà dello Stato) pur essendo un liberista. Da qui una lunga disamina delle vicende che hanno legato la sua Olivetti alla Telecom. Quella Olivetti che, nonostante i meriti rivendicati, De Benedetti portò vicino allo sfascio industriale e finanziario, che venne impedito soltanto dalle notevoli entrate dell'allora Omnitel, il secondo gestore di telefonia mobile, poi Mannesmann ed oggi Vodafone. Secca la replica di Tronchetti Provera, che ha ricordato polemicamente all'Ingegnere le cifre spesso discusse dei bilanci della sua Olivetti, lo scandalo dei registratori di cassa venduti alle Poste, le vicende della bancarotta del Banco Ambrosiano e gli infortuni giudiziari di Tangentopoli. Al che De Benedetti avrebbe potuto ricordare le operazioni di spionaggio compiute dalla Telecom di Tronchetti e l'ardita ingegneria finanziaria che lega le società di famiglia del genero dei Pirelli e che permettono anche a lui di fare i propri affari senza mettere mano al portafoglio. L'Ingegnere si è limitato invece a definire “avido e incapace” Tronchetti Provera, il quale ha nuovamente replicato di essere disposto ad un confronto pubblico in territorio neutrale (nel Principato di Monaco, noto paradiso fiscale?), con il cittadino svizzero De Benedetti. 

Ora, al di là della polemica che sembra un litigio tra vecchie comari inacidite, resta la realtà di imprenditori che hanno fatto le loro fortune con la protezione dello Stato o con l'ingegneria finanziaria mutuata da Mediobanca. Circa 25 anni fa, un profetico libro di Marco Borsa, subito fatto sparire dalle librerie (“Capitani di sventura”), svolgeva una analisi spietata del modo di agire di questo tipo umano di finanzieri senza capitali che si atteggiavano ad industriali senza esserlo e che con le loro operazioni disinvolte preannunciavano la deriva odierna. 

Oggi il Mercato, quello vero, è venuto a presentargli il conto e il loro bluff è apparso per quello che era, rendendo chiara la debolezza delle loro società ed evidenziando il disastro del quale sono stati tutti corresponsabili.

Irene Sabeni

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