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Giustizia, tra telefonate e carceri da schifo

La telefonata tra Anna Maria Cancellieri ed un congiunto di Giulia Ligresti terrà banco per tutta la settimana. La titolare del ministero della Giustizia sarà sottoposta ad un fuoco incrociato fatto di dichiarazioni a mezzo stampa e mozioni di sfiducia individuali. Uno spettacolo che finirà – ancora una volta – per evitare una discussione sul merito della questione. Le nostre carceri fanno letteralmente schifo ed il circuito dell'esecuzione penale è ormai caratterizzato da una lunghissima serie di storture.

Ed è cecità occuparsi solo del "caso Ligresti", pur se esso rientra nel più classico degli episodi "da casta".

Il personale interessamento del Guardasigilli per la situazione di un particolare detenuto – soprattutto se riconducibile alla propria cerchia familiare – è politicamente sconveniente, e non solo. Sembra, però, che questa non sia la prima telefonata dell'ex Prefetto. Alcune indiscrezioni, accompagnate da altrettante testimonianze, raccontano di un Ministro più volte impegnato sul fronte umanitario. Tra le altre cose, questa attività dovrebbe rientrare tra le “missioni d'istituto”, per utilizzare un'orribile espressione utilizzata nei verbali della Pubblica amministrazione. 

Lo stato penoso in cui versano i nostri penitenziari colpisce direttamente le tasche di tutti i contribuenti. Ogni anno l'Italia incassa una lunga serie di condanne di fronte alla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo. L'organismo internazionale ha letteralmente puntato il dito contro Roma e le sue galere, certe decisioni vengono assunte quasi in automatico. Farà scuola la famosa sentenza “Torreggiani”, dispositivo con cui si ammonisce l'Italia a risolvere la sistematica violazione dei diritti umani entro un termine stabilito. Palazzo Chigi e le Camere hanno il dovere di legiferare in merito al problema del sovraffollamento penitenziario, così come ricordato dal Capo dello Stato nel suo ultimo messaggio al Parlamento. Non importa quali mezzi verranno scelti – sul tavolo resta la proposta della concessione dell'indulto o dell'amnistia – alla Corte di Strasburgo interessa solo il fine. Le decisioni della magistratura internazionale rimangono comunque una sconfitta. 

Un Paese che si considera culla della civiltà giuridica europea non si può permettere il lusso di essere sbeffeggiato di fronte a tutto il Vecchio Continente. Le responsabilità sono da ricercare anche nella nostra magistratura. È ormai sotto gli occhi di tutti il sistematico abuso della custodia cautelare. Il quaranta per cento delle persone ristrette in una cella è rappresentato da cittadini in attesa di giudizio – non colpevoli secondo il dettato costituzionale. Di questi, circa la metà sarà riconosciuta innocente già con le sentenze di primo grado. Numeri mostruosi se solo si pensa al delitto costituito dalla privazione della libertà per un innocente. 

La giurisprudenza è poi costellata da casi del tutto singolari, il povero Enzo Tortora non è l'unico ad essere finito dietro le sbarre per un caso di omonimia orchestrato da sedicenti pentiti. Qualche giorno fa, ad esempio, si è venuto a sapere di un cittadino arrestato con l'accusa di spaccio internazionale di stupefacenti. Due notti in carcere con l'unica colpa di aver acquistato un particolare shampoo da un sito internet tedesco, flaconi che, inspiegabilmente, avevano allarmato i cani antidroga presenti alla dogana. Ci sono poi i casi degli arresti riconosciuti come illegittimi solo dopo il ricorso di fronte alla Cassazione, una classificazione con percentuali preoccupanti. In troppi casi il giudice per le indagini preliminari dispone gli arresti con odiose formule di stile, un automatismo – indotto dalle procure – con cui si mette a repentaglio la sorte dei cittadini indagati. 

Un altro problema può essere ricollegato alle innumerevoli fattispecie di rilevanza penale nel nostro ordinamento, migliaia di casi che costringono i tribunali a fare i conti con un arretrato penale che ha ormai superato i tre milioni e mezzo di processi. Il ministro Cancellieri dovrebbe occuparsi quotidianamente di queste problematiche. E saremmo ben felici di scoprire la sua personale devozione. Ogni uomo di Stato ha il dovere di garantire il pieno rispetto delle leggi, norme che si occupano anche del destino di indagati e condannati. 

Non è più possibile accettare la gestione dei nostri penitenziari. Strutture lontanissime da quelli che dovrebbero essere i loro scopi. Non a caso, chi viene lasciato marcire in una cella ha un tasso di recidiva di gran lunga più elevato rispetto a chi ha potuto godere della detenzione domiciliare o di progetti rieducativi all'interno delle case circondariali.

In sostanza, a fare schifo non è (solo) la telefonata della Cancellieri ma il totale disinteresse mostrato dai suoi colleghi. Una politica brava solo nella strumentalizzazione di qualsiasi cosa abbia a che vedere con il tema della giustizia. C'è chi si preoccupa del condannato più famoso d'Italia e chi da anni (solo a parole) critica le norme ad personam confezionate per “il solito noto”. 

La Guardasigilli ha il dovere di alzare la cornetta tutte le volte che ravvisa una condotta in grado di mettere a repentaglio l'esistenza di un essere umano. Ma ha un dovere ancora superiore: quello di adoperarsi affinché tali casi non si verifichino affatto.

Sono troppi i detenuti divisi tra la vita e la morte a causa di un aggettivo o di un avverbio inserito nelle relazioni mediche con cui si stabilisce la compatibilità dello stato detentivo con le personali condizioni di salute. 

Matteo Mascia

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