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Rehn chiede una manovra aggiuntiva

Prepariamoci ad una ulteriore manovra finanziaria. Quanto è stato fatto finora per mettere a posto i conti pubblici non è infatti sufficiente. Lo ha ribadito il commissario europeo all’Economia e alla Moneta, il finlandese Olli Rehn, che ha messo nello stesso calderone Italia e Spagna le quali, pur essendosi messe sulla strada giusta, almeno nell’ottica dei tecnocrati di Bruxelles, devono fare ancora molto cammino per risollevarsi. 

Oltre a stabilizzare i conti pubblici sotto il livello del 3%, i due Paesi dovranno insistere con le “riforme strutturali”. Un termine che, come è noto, si riferisce al mercato del lavoro che dovrà cambiare all’insegna del precariato e della massima flessibilità, introducendo i cosiddetti “nuovi modelli contrattuali”. Secondo la Commissione europea infatti, la competitività delle imprese, e dei sistemi Italia e Spagna, passa sempre per la riduzione dei diritti di chi lavora e per la più ampia libertà di licenziamento. 

Durante la presentazione delle previsioni sulla crescita economica dei Paesi membri dell’Unione, Rehn ha anticipato quello che già si sapeva. Nel 2013 ci sarà complessivamente ancora recessione ma la Spagna registrerà una leggera crescita nel terzo trimestre mentre l’Italia solamente nel quarto. E si tratta solo di previsioni. Certo, ha notato Rehn, la disoccupazione in Spagna è «intollerabilmente alta» (al 26,3%), meglio l’Italia (12,2%), ma è necessario fare di più, soprattutto perché nel 2014 gli italiani senza lavoro saranno il 12,4%. Rehn ha aggiunto che l’Italia, come la Spagna, è riuscita a riportare in attivo il saldo tra esportazioni ed importazioni. Un segnale incoraggiante del fatto che i prodotti italiani, come quelli spagnoli, continuano ad essere richiesti e che questa fase positiva si realizza nonostante l’eccessiva sopravvalutazione dell’euro rispetto al dollaro che è la moneta di riferimento nell’acquisto delle materie prime e delle derrate alimentari. Un particolare sul quale l’ex governatore della Banca di Finlandia ha accuratamente glissato.

Secondo le stime di Bruxelles il Prodotto interno lordo italiano calerà dell’1,8% quest’anno, il debito pubblico a dicembre arriverà al 133% sul Pil (nel 2012 era al 127%) mentre il disavanzo, in conseguenza delle misure di politica economica “virtuose” del governo, all’insegna delle tasse, scenderà al 3%, proprio al livello minimo previsto dal Patto europeo di stabilità. Le previsioni sul 2014  parlano di un più 0,7% di crescita che nel 2015 toccherà l’1,5%.  Peggiorerà il debito che toccherà rispettivamente il 134% e il 133,1%. Mentre il disavanzo scenderà al 2,7% e poi al 2,5%. E, ribadiamo ancora una volta, si tratta di previsioni: non ve ne è stata una, dall’inizio della crisi ai giorni nostri, che non sia stata poi ritoccata, e più volte, in senso peggiorativo.

Si deve rimarcare a tale proposito la schizofrenia di una Commissione europea che, anche nell’ottica della difesa della stabilità di un euro, la cui parità di cambio è una delle prime cause della crisi economica, si preoccupa più del disavanzo che del debito. Eppure, in futuro, a fare la differenza saranno proprio le difficoltà di reperire capitali per finanziare la spesa pubblica sul lungo termine e poi restituirli unitamente agli interessi. Le turbolenze e le speculazioni sui mercati finanziari trovano infatti le proprie basi d’appoggio sui differenziali di rendimento (spread) tra i solidi Bund tedeschi e i titoli di Paesi a rischio, come i Btp italiani. Rehn in ogni caso, dopo aver espresso fiducia verso l’Italia, ha ribadito minacciosamente di aspettarsi che «qualunque cambiamento» al quadro di bilancio del Paese verrà «finanziato in maniera credibile».  Tradotta in linguaggio corrente, l’affermazione di Rehn significa che Bruxelles confida che l’Italia farà quanto si è impegnata a fare. «Ci sono tasse da raccogliere e tagli alla spesa da attuare», ha ricordato Rehn che si è detto “sicuro” che se i nostri conti non tornassero in ordine, il governo italiano provvederà alle necessarie coperture «in modo credibile». Una assicurazione che i governi Monti e Letta hanno fornito in diverse occasioni. 

Il commissario europeo ha ricordato inoltre che il Patto di Stabilità prevede «clausole di salvaguardia» per non superare il tetto del 3% dicendosi sicuro che, se sarà necessario, esse verranno attivate. 

Considerato che il governo non riesce a tagliare la spesa per l’opposizione delle lobby economiche e delle amministrazioni locali, resta soltanto l’ipotesi di nuove tasse. O al peggio, di un prelievo forzoso dai conti correnti bancari e postali. Se lo ha fatto Amato nel 1992, pensa Rehn, perché non lo potrebbe fare Letta?

Irene Sabeni

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