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Israele perseguita gli immigrati africani

Ci risiamo. Israele, “la più grande democrazia del Vicino Oriente”, come viene definita dai Paesi occidentali e dai media embedded, ha adottato nuovi provvedimenti “discutibili” nei confronti degli immigrati africani. È di pochi giorni fa la notizia, ripresa oggi da Nena News Agency, secondo la quale Tel Aviv proibirà agli immigrati scarcerati dai centri di detenzione di abitare o lavorare a Tel Aviv e ad Eilat. Per capire la portata della notizia, bisogna fare un passo indietro.

A metà settembre, la Corte Suprema israeliana ha bocciato all’unanimità la legge sull’immigrazione varata dal governo di Benjamin Netanyahu, chiedendo il rilascio di duemila immigranti africani. Secondo la Corte suprema, l’adozione di una simile politica «è inconciliabile con la Legge fondamentale di Israele» e «non si concilia con le sue leggi fondamentali, offende il diritto basilare dell’uomo alla libertà e alla dignità e non ha alcuna proporzione con quanto addebitato ai migranti». La legge anti-infiltrazione prevedeva infatti arresti fino a tre anni, e in alcuni casi anche a tempo indeterminato, per gli immigrati irregolari e i richiedenti asilo. Un provvedimento preso per impedire ai rifugiati africani di entrare in Israele. Per quelli che c’erano già, Tel Aviv aveva pensato bene, venendo meno ai trattati internazionali, di metterli in prigione, tra questi anche bambini e donne incinte, senza alcun processo.

Di fronte all’incostituzionalità della legge, il governo di Netanyahu è corso dunque ai ripari, proibendo agli immigrati scarcerati di lavorare e dunque di garantirsi una vita dignitosa. Inoltre, sui visti di permanenza emessi per gli “infiltrati” rilasciati (come sono chiamati in Israele i lavoratori immigrati e i richiedenti asilo) sarà  indicato che chi impiegherà i migranti a Tel Aviv e Eilat  sarà processato penalmente.

Già negli ultimi anni il governo israeliano aveva concesso ai migranti africani dei passaporti su cui era scritto «un permesso temporaneo non è un permesso di lavoro». Una frase che la dice lunga sul “sentimento” che Israele nutre nei confronti dei cosiddetti “inflitrati” che, come disse tempo fa ministro degli Interni, Eli Yishai, «vengono a prendersi il lavoro degli israeliani ed occorre proteggere l’identità ebraica dello Stato di Israele».

L’intolleranza nei confronti degli immigranti è un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nel Paese. Ci sono state diverse manifestazioni contro la loro permanenza, sfociate in atti violenti o comunque ostili. Qualche mese fa un ospedale di Tel Aviv aveva rifiutato per giorni l’accesso ai neri per «motivi di salute». Secondo la direzione dell’Ichilov Medical Center, gli immigrati africani sono «portatori di malattie gravi», come la  tubercolosi. Sono quindi «soggetti da evitare». Atteggiamenti discriminanti che in alcuni casi sono culminati nella follia criminosa.

In un articolo pubblicato dal quotidiano Ha’aretz, decine di donne etiopi di origine ebraica, appartenenti ai cosiddetti falascià, sono state sottoposte, contro la loro volontà, all’iniezione di Depo-Provera, un medicinale molto forte che, come si può leggere tranquillamente su internet, viene usato per curare tumori, per la castrazione chimica e nelle terapie iniziali per cambiare sesso. Il Depo-Provera, che ha diverse controindicazioni, tra cui l’osteoporosi e a lungo andare la sterilità, ha una storia inquietante. Secondo una relazione dell’organizzazione Sha L’Isha, l’iniezione contraccettiva è stata sperimentata, tra il 1967 e il 1978, nello Stato della Georgia, negli Stati Uniti, su più di 13mila donne povere, la metà delle quali erano nere. La maggior parte di loro, che non erano a conoscenza della sperimentazione, si sono ammalate. Molte altre sono morte.

Medicinali contraccettivi come il Depo-Provera sono stati utilizzati spesso da Washington per ridurre il tasso di natalità dei poveri. E oggi Israele fa lo stesso con gli “ebrei neri”.

Francesca Dessì

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