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New York: Bill, il sindaco del Super-Melting-Pot

Tonnellate di retorica, e della peggiore specie. A un punto tale, anzi, da far pensare che questi eccessi non dipendano solo da una specifica volontà di manipolazione, ma da una mentalità distorta che è stata assimilata in via definitiva. E che, quindi, è sempre pronta a manifestarsi, non appena le circostanze lo permettano, confondendo in un unico flusso la malafede deliberata e la semplice ottusità.  

Lo spunto di giornata (ma chissà per quanto altro tempo bisognerà farci i conti, a partire da oggi) è l’elezione a New York del nuovo sindaco, Bill De Blasio. Un’elezione che viene salutata da parecchi commentatori con dei veri e propri panegirici, come se il suo exploit segnasse un punto di svolta non solo nella gestione amministrativa della Grande Mela, ma in ambiti assai più ampi. Che in prima battuta riguarderebbero gli Stati Uniti, in attesa di estendersi anche altrove e confermare così, sia pure su coordinate parzialmente nuove, la leadership dei modelli economici e sociali elaborati all’interno della “più grande democrazia del mondo”.

I capisaldi di questo vagheggiato cambio di direzione sono essenzialmente due, e manco a dirlo sono tipici delle concezioni/illusioni di matrice liberal: da un lato l’apoteosi astratta delle libertà personali, sul doppio binario del melting pot, ossia la società multietnica e persino multiculturale, e dei diritti da riconoscere alle varie minoranze, a cominciare dai gay; dall’altro, un incremento dei servizi sociali a favore dei ceti meno abbienti, acquisendo i fondi necessari attraverso un rialzo delle imposte a carico dei più ricchi.

In sintesi, il classico pacchetto propagandistico dell’Occidente liberale e liberista. Quello che non avendo la benché minima intenzione di affrontare i suoi vizi intrinseci, tanto sul versante economico quanto su quello etico, oscilla tra le altisonanti affermazioni di principio e i drammatici esiti reali. In teoria, ci sono spazio e opportunità per tutti; in pratica, i modelli dominanti riducono le scelte che siano in contrasto con essi a delle opzioni “private”, in una sorta di schizofrenia fra i propri valori personali e quelli su cui si basa la società circostante, imperniata su una competizione spietata e all’insegna del massimo profitto. Il risultato, specie negli USA ma via via anche in altre aree geografiche e culturali, tra cui l'Italia, è una crescente anomia, di cui abbiamo parlato diffusamente nella monografia che abbiamo pubblicato nel febbraio scorso.

 

La trionfale vittoria di Bill De Blasio rientra alla perfezione in questo inganno permanente, e ricalca lo stesso schema (lo stesso plot) già collaudato con Obama. Lo sfondo narrativo è il solito American Dream: lo sconosciuto che esce dalle classi inferiori e si fa strada fino a raggiungere i più alti traguardi, in forza dei suoi meriti personali che però – attenzione – possono avere successo solo grazie al fatto che a consentirglielo è un intero sistema. La sua ascesa, perciò, è di per sé stessa una celebrazione dell’assetto complessivo, secondo la ben nota mitologia degli USA come “land of opportunities”, terra di opportunità.

De Blasio è il protagonista ottimale, di questa messinscena. Per parte di madre è un discendente dei poveri immigrati italiani che sbarcarono a Ellis Island (venendo immediatamente rispediti indietro se non abbastanza sani, ma questo non tutti lo sanno e gli altri tendono a ometterlo) e quindi, benché suo padre fosse invece di origine tedesca, lo si presenta a tutti gli effetti come un italoamericano. Il che, ai fini della nuova “operazione simpatia” è decisamente più funzionale: per Barack si è fatto prevalere il padre africano, per Bill si fa prevalere la madre, o la nonna, italiana. Inoltre, la famiglia del neo sindaco di New York è un concentrato di attrattive progressiste: la moglie è non solo di pelle nera ma ha addirittura un passato giovanile di lesbica, per cui i due figli della coppia, il maschietto Dante e la femminuccia Chiara, sono dei giovinetti di sangue misto, con tutto ciò che ne consegue sul piano somatico. Anche in questo caso, Obama docet. Scuro quanto basta per gridare ai miracoli dell’integrazione, ma chiaro quanto serve per rassicurare i bianchi, o chiunque altro fosse male impressionato da un aspetto più spiccatamente negroide. Fate conto un Amin Dada, per capirci. O un Mike Tyson, per restare da quelle parti.

De Blasio, infine, si dichiara appunto un progressista, e infatti era proprio il termine “Progress” a campeggiare, tutto in maiuscolo, sul palchetto da cui ha pronunciato il suo discorso di ringraziamento. Aggiungeteci i suoi proclami a favore delle fasce più deboli, che peraltro, a New York e non solo, sono largamente maggioritarie e continuano a pagare un prezzo altissimo alla crisi deflagrata nel 2008, e il gioco è fatto. Dopo due decenni di guida repubblicana, prima con Rudolph Giuliani e poi con Michael Bloomberg, New York torna in mano ai Democratici, riaccendendo le speranze, a dir poco ingenue, di un riequilibrio sociale.

Certo: i meccanismi fondamentali che determinano le enormi disparità di reddito non si possono toccare, e men che meno operando in una singola città, ma l’importante è che i più abbocchino all’idea che ciò sia possibile. Se non ora, in futuro.

Si scrive elezioni: andrebbe letto dilazioni. All’infinito. O finché dura.

Federico Zamboni

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