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Tassi giù, ma la deflazione accentua la crisi

Più basso di così non è possibile, o quasi. La Banca centrale europea ha tagliato dello 0,25% il tasso di riferimento che è sceso così dallo 0,50% allo 0,25%. In tal modo, ha sostenuto Mario Draghi, il denaro sarà più a buon mercato per le imprese e si avranno effetti positivi anche per il livello dell’inflazione che costituisce la grande preoccupazione dell’istituto centrale di Francoforte. In settembre in Italia l’inflazione è scesa allo 0,9% annuo contro l’1,1% della media dell’Unione europea. Stabilizzare i prezzi resta il compito istituzionale della Bce, anche se tale risultato si è realizzato con conseguenze negative sull’economia che è ormai in caduta libera dai tempi della crisi finanziaria del 2007. L’ultimo taglio dei tassi di interesse sui prestiti che la Bce concede alle banche si era avuto nel maggio scorso, e fu sempre dello 0,25%.

Draghi ha assicurato che i tassi resteranno stabili a lungo e addirittura potrebbero calare ancora. Alla Bce sono tutti compiaciuti per le previsioni degli esperti che prevedono un periodo di bassa inflazione. Restano, ha ammesso, le preoccupazioni per la bassa crescita economica che dovrebbe ripartire in questo secondo semestre, seppure in misura molto modesta. Di conseguenza, a Francoforte sono pronti a usare tutti gli strumenti a disposizione per sostenere l'Eurozona. Ad incominciare da quelli che la Bce ha già messo in campo per sostenere sempre e comunque le banche. Vedi i mille miliardi di prestiti triennali al tasso dell’1% versati tra il novembre 2011 e il marzo 2012, ufficialmente finalizzati a fare prestiti alla cosiddetta “economia reale”, termine che indica le imprese e i cittadini. Soldi che, al contrario, le banche hanno utilizzato per comprare titoli di Stato e contare su entrate sicure senza correre rischi.

La giustificazione adotta per il taglio dei tassi è sempre la stessa. Favorire la crescita economica. Ma i risultati ottenuti, quanto meno in Italia, sono stati negativi. Pochi, pochissimi prestiti ai cittadini e alle piccole e medie imprese che, anzi si sono viste arrivare molto spesso la richiesta di rientrare delle proprie esposizioni. Al contrario, hanno ricevuto soldi i grandi gruppi industriali italiani, che vantano non pochi debiti con le banche ma soprattutto sono legate ad esse da consistenti incroci azionari che costituiscono un conflitto di interessi non indifferente. La situazione tragica dell’economia italiana, in controtendenza rispetto alla ripresa dei Paesi più forti dell’Unione, è  anche un effetto di questo rifiuto delle banche di concedere credito alle piccole e medie imprese che costituiscono la struttura portante del nostro sistema economico.  Draghi si è detto ottimista sul fatto che la valutazione che la Bce sta facendo della situazione patrimoniale delle banche sarà sostanzialmente positiva e che questo non potrà che ripercuotersi positivamente sull’intero sistema. Poi, una considerazione che conferma l’impronta tecnocratica dell’ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs: Draghi ha infatti sostenuto che i miglioramenti dei mercati finanziari stanno arrivando all'economia reale. Affermazione sorprendente perché semmai, in una economia “sana”, dovrebbe essere il contrario. Ma ormai, grazie ad un sistema divenuto inarrestabile anche per l’assenza della politica, la finanza la fa da padrona. 

A seguire, le solite richieste di ridurre il disavanzo pubblico e di rendere sempre più precario e flessibile il lavoro, la riforma per eccellenza fra quelle che la tecnocrazia indica come “strutturali”.

Siamo insomma in una fase di calo del livello generale dei prezzi e questo ha spinto Draghi e i suoi sodali ad intervenire per rendere i prestiti meno cari ed aiutare l’economia senza temere che i prezzi tornino a salire. Ma è semmai questa deflazione a dover preoccupare perché essa è una diretta conseguenza del crollo della domanda interna di beni e servizi. Le imprese investono infatti di meno o non investono proprio e i cittadini hanno ridotto drasticamente i propri consumi, vuoi per il minore reddito a disposizione, vuoi per la stretta creditizia che ha costretto entrambi a ricorrere ai risparmi che però non possono essere inesauribili. Il calo della domanda spinge le imprese a cercare di ridurre ulteriormente i costi di esercizio (lavoro e acquisto di materie prime) e a liberarsi dei beni in magazzino, vendendoli a prezzi minori. E se pure questo riduce il livello generale dei prezzi, si ripercuote negativamente sul bilancio. Si innesca così un circolo vizioso dal quale si può uscire soltanto grazie ad una ripresa economica che nel caso dell’Italia, vista la nostra situazione, può essere soltanto trainata dall’esterno. Non è un caso che nelle teorie economiche classiche una inflazione relativamente alta venga considerata come funzionale ad una crescita ed una bassa come una iattura perché gli operatori economici non vi vedono la possibilità di rientrare adeguatamente dei propri investimenti. In tal modo infatti, chi dispone di soldi propri, oltre le necessità primarie, se li tiene ben stretti e si guarda bene dall’investirli nell’economia reale ma al contrario le indirizza verso attività finanziarie facilmente rivendibili. Come hanno fatto le banche italiane che hanno investito i soldi della Bce per comprare titoli di Stato, calmierare lo spread tra Btp e Bund tedeschi, e sostenere in tal modo la moneta unica. Ma in tal modo l’economia viene bloccata da due fattori che finiscono per convergere in maniera negativa. E non ci si può consolare con il fatto che in una fase di deflazione come questa gli unici a guadagnarci saranno i consumatori perché con le difficoltà delle imprese e il rallentamento dell’attività economica diminuirà anche il reddito disponibile totale, con tutte le conseguenze che sono facilmente prevedibili sul lungo termine.

Irene Sabeni 

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