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L’Islanda contro i poteri forti. Il mutuo lo pagano le banche

Ancora una volta l’Islanda ha avuto il coraggio di sfidare l’usura internazionale e il mondialismo. 

Il governo di Reykjavik ha annunciato infatti la cancellazione di 24mila euro dal mutuo per la casa di quasi 100mila islandesi. Un numero enorme di cittadini se pensiamo soltanto al fatto che l’isola dell’Europa settentrionale conta poco più di 300.000 abitanti. Ma il particolare più interessante è che saranno le banche e le istituzioni finanziarie a pagare lo scotto della manovra, che avverrà attraverso una stretta sull’imposizione fiscale.

Proprio quegli istituti di credito e finanziari che, dopo il collasso del settore nel 2008 per la connivenza tra lobby economiche e politica in nome del mercatismo e dell’iperliberismo, avevano portato l’inflazione alle stelle e, con essa, provocato un’impennata vertiginosa degli interessi sui mutui legati all’aumento dei prezzi. Era stato in particolare il fallimento della banca Icesave e dei principali istituti di credito islandesi, 5 anni fa, di cui banchieri e politici erano a conoscenza a causa della crisi economica irrefrenabile, ma soprattutto il fallimento del libero mercato a dimostrare che il sistema economico così come è strutturato non può più farcela, come ha tenuto a sottolineare alcuni mesi fa lo stesso presidente della Repubblica di Islanda Ólafur Ragnar Grímsson.

Con la recente manovra decisa dal premier Sigmundur Davíð Gunnlaugsson il popolo islandese avrà finalmente garantite anche le esenzioni fiscali per una somma pari a 70 miliardi di corone, circa 433 milioni di euro, che hanno un enorme valore per un Paese che vive principalmente di pesca e pastorizia. È quindi un provvedimento giusto quello preso dall’attuale governo di centro-destra guidato dal primo ministro Gunnlaugsson, portato avanti con il sostegno del presidente Grímsson, che finora ha dimostrato la piena volontà di opporsi alle ingiustizie della speculazione ai danni di tutti i ceti popolari e delle stesse famiglie islandesi. 

Naturalmente le decisioni prese dalle istituzioni governative della piccola isola del Nord Europa non sono piaciute ai nemici di sempre, quelli che sperano di lucrare a piene mani sul lavoro altrui, come il Fondo monetario internazionale, che ha dichiarato la sua più netta opposizione alla manovra voluta dall’esecutivo, e ancor meno agli altri usurai delle agenzie private di rating, al soldo di Wall Street, con Standard&Poor’s in prima fila che ha minacciato nuove imminenti retrocessioni del rating.

Del resto l’Islanda è nota per le sue posizioni decisamente chiare nei confronti degli speculatori interni e internazionali avendo già imposto nel recente passato perdite ai creditori olandesi, britannici e internazionali, ma soprattutto ai loro governi e alle loro banche, per una somma equivalente a 2 miliardi di dollari, pari al 14,6 per cento del Prodotto interno lordo islandese.

E questa volta la decisione è stata presa direttamente dal primo ministro di Reykjavik che ha avversato immediatamente i grandi potentati economici, affermando senza timore che la fine della crisi economica passa attraverso questa manovra. A pagare la crisi quindi dovranno essere le banche per garantire al Paese un futuro di crescita e di sviluppo, dimostrando così che in barba all’usura e alla speculazione un governo nazionale a difesa della sovranità popolare può opporsi senza timore a chi intende speculare ignominiosamente sull’economia di un Paese.

Un modo questo per dimostrare che l’Islanda rappresenta senza dubbio un valido esempio da seguire per tutti gli Stati europei vittime dei grandi speculatori, interni e internazionali, legati a doppio filo con la finanza apolide e le organizzazioni mondialiste.

Andrea Perrone

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