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Forconi, detonatori e ipocrisie

Ribellarsi è un dovere. No all'Europa delle banche, no al governo delle tasse. Il popolo è sovrano. Ora basta siamo alla fame. Queste le scritte sugli striscioni issati dai manifestanti di quello che è stato sintetizzato come “movimento dei forconi” e dagli altri gruppi che sono scesi in piazza con l'intenzione di bloccare il Paese. 

Enrico Aspen Letta, fedele al copione, aveva auspicato ed ammonito che la protesta non degenerasse in scontri di piazza come in diversi casi si è invece verificato. Il nipote di cotanto zio ha affermato, allarmato, che in Italia siamo a rischio ribellismo. Sai che scoperta. Per poi aggiungere con poco senso del ridicolo che il governo sta dalla parte dei cittadini e non vuole trascurare i “segnali di inquietudine”. 

Inquietudine? Letta evidentemente o non conosce la realtà o non conosce il significato delle parole. E pretende quindi che i cittadini, sempre più poveri e sempre più disoccupati, se ne stiano zitti e buoni senza scendere in piazza alzando la voce e a volte per menare pure le mani. «I manifestanti rappresentano una minoranza», ha aggiunto il capo del governo baloccandosi con la sociologia e con la logica ed emettendo un giudizio drastico sulle cause economiche, emotive, psicologiche e politiche che hanno portato in piazza tante persone. Si tratta, ha spiegato, «di un emergere di sentimenti populisti ed anti-europei all'interno dei quali la richiesta di un ritorno sl protezionismo si sta facendo pericolosamente strada». Guarda caso, la stessa analisi svolta giorni fa da Mario Goldman Sachs Draghi. «L’Europa è il nostro futuro», ha insistito, «e il nostro presente. Indietro non si torna, non ce lo possiamo permettere. Un Paese come l'Italia, o come la stessa Germania, è troppo piccolo per affrontare da solo, e senza l'euro, le sfide che ci troviamo di fonte e la concorrenza di realtà come la Cina che si sta avviando a diventare la prima potenza economica globale». E qui casca l'asino perché i vari Letta, zio (consulente di Goldman Sachs) e nipote, Monti e Prodi (anche loro legati alla banca di affari e di speculazioni Usa) ed infine Draghi, non riescono a vedere (ovviamente) altro destino di quello al quale stanno attivamente collaborando. Un grande mercato globale sul quale possano essere spostati a piacimento materie prime, merci, prodotti finiti, ovviamente i capitali e i lavoratori, ma all'interno del quale perdono progressivamente peso ed importanza le peculiarità nazionali in campo agricolo ed alimentare. 

Non è un caso che questa volta il movimento dei forconi abbia preso il via dal tentativo di bloccare alle frontiere l'arrivo dall'estero dei Tir contenenti prodotti alimentari che nel nome e nella confezione fanno il verso ai prodotti tipici italiani. Il famigerato Parmesan è un tipico esempio di questa tendenza che nei Palazzi della Commissione europea lascia indifferente la tecnocrazia, molto più preoccupata delle proteste dei piccoli agricoltori, arrabbiati sia con il governo che con Bruxelles. Del resto, perché stupirsi? Da decenni la tendenza prevalente alla Commissione Agricoltura dell'Unione Europea è quella di penalizzare i prodotti dell'area Sud, Francia, Spagna, Italia e Grecia, caratterizzati da una grande varietà e da una ampia offerta. Esemplare in tale ottica è il destino dell'olio di oliva per il quale si è cercato di fare passare l'idea che non fosse importante la provenienza del prodotto di base ma al contrario la zona di imbottigliamento. Una scelta che mette sullo stesso piano l'olio del Maghreb imbottigliato in Europa e fatto passare come continentale. 

Una strategia che vuole sostenere al contrario l'industria trasformatrice, in particolare quella del latte, e gli interessi delle multinazionali di Paesi come la Germania e l'Olanda. 

Una strategia nella quale la questione delle multe ai produttori italiani, e non solo loro, le famigerate quote latte, rappresenta un altro tassello di un disegno che l'idiozia della politica italiana sta alimentando ad arte. Un disegno studiato a tavolino che è dimostrato dal fatto che dal 1973 ad oggi nessun commissario europeo è appartenuto all'area Sud dell'Unione. Una realtà che parla da sola. 

Così, quanto sta succedendo con i movimenti dei forconi e simili non è il manifestarsi di un disagio, come sostengono Letta e soci, ma di qualcosa di molto più forte. Poi, come succede spesso in Italia, ci sono sicuramente forze che intendono cavalcare la piazza a proprio vantaggio e per i propri altri e differenti fini, ma questo è un altro problema che non ha nulla a che fare con la rabbia che sta alimentando la protesta. 

Una rabbia contro la Commissione europea e la Bce che stanno accentuando lo sfascio economico del Paese e contro un governo e una politica che, bisogna ribadirlo in ogni circostanza, sono loro complici.

Irene Sabeni

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