Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

E allora chiamiamolo Decembrismo

O la rivolta del ceto medio impoverito ed esasperato dalla globalizzazione.

A loro non piace essere chiamati “forconi” e hanno ragione, visto che questo è il nome del movimento di agricoltori siciliani, una ma non certo l’unica fra le sigle coinvolte nella protesta dei caselli autostradali. 

I decembristi sono un agglomerato di lavoratori in proprio, piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, autotrasportatori, il cosiddetto “popolo delle partite Iva”, più disoccupati, sottoccupati, studenti, curiosi e incazzati di ogni risma. 

Doveva terminare venerdì 17, la protesta, e invece ha proseguito. Il motivo è semplice: ha avuto successo, intercettando un bisogno diffuso, perché estesa è la sua base sociale, il ceto medio proletarizzato. O meglio: pauroso di proletarizzarsi, perdere potere sociale ed economico, con la sensazione, che è più di una sensazione, di soccombere alla crisi. Cinque lunghi anni di recessione, con il quadro politico e istituzionale permanentemente precario ma immobile (i partiti e le sigle cambiano ogni anno, le facce restano uguali) ed una tassazione rimasta a livelli da esproprio, tutto questo ha composto la miscela che ha creato simpatia e consenso ad una protesta organizzata da realtà minori e settoriali. 

Il primo dato da sottolineare, dunque, è che padroncini e lavoratori autonomi hanno vinto l’atavica ostilità per la perdita di ore lavorative e relativo incasso, tale è la motivazione che anima la loro rabbia. Una minoranza rumorosa che solo un cretino può liquidare come una massa di neofascisti. Non perché formazioni e singoli di evidente fede neofascista non siano presenti fra i dimostranti. Ma perché 1) mancano un soggetto politico trainante e un centro decisionale: per uno che spara l’idea (farneticante) di una “transizione militare”, altri la respingono, e i movimenti e le associazioni promotrici sparse per l’Italia sono differenti fra loro, per interessi e linee di fondo; 2) manca una piattaforma di obbiettivi in positivo: a parte sloggiare l’intero establishment dalle poltrone, non c’è un barlume d’idea per il dopo; 3) le violenze sono state minoritarie e circoscritte, in giro per le strade non c’è un partito armato di squadracce, quindi certi paragoni storici non reggono; 4) la tipologia sociale dei manifestanti pesca a piene mani, semmai, nell’elettorato genericamente di destra che ha voltato le spalle a Pdl e Lega Nord: definire un potenziale bacino di milioni di simpatizzanti come tutti “fascisti” fa ridere, a meno di non essere vittime di una propria ossessione, il fascismo eterno alle porte, mentre nella Storia le esperienze, fortunatamente, non si ripetono mai; 5) si ingigantiscono ad arte affermazioni o episodi per evitare la fatica di capire le ragioni di fondo dei blocchi. 

Prendiamo l’intervista a Repubblica di uno dei portavoce del movimento, l’agricoltore Andrea Zunino: più che fascista, è uno che non sa quel che dice, quando dice che Hitler si sarebbe «vendicato con l’antisemitismo del voltafaccia dei suoi iniziali finanziatori americani». Dovrebbe leggere un po’ di più, Zunino, così scoprirebbe che l’odio per gli ebrei in Germania aveva radici molto più antiche e assommava pregiudizi molto più profondi, ahinoi, non era una reazione emotiva del capo dei nazisti. E avrebbe dovuto, soprattutto, risparmiarsi la frase sui «5 o 6 banchieri ebrei fra i più ricchi del mondo»: non perché sia proibito parlarne, come vorrebbe il politicamente corretto imperante, ma perché l’oggettivo strapotere della finanza sarebbe identico anche senza banchieri di origine o religione ebraica. 

Di qui a bollare l’intera rivolta con lo stigma del neonazismo, però, ce ne corre. Sarebbe come definire insurrezioni neo-sovietiche – alla maniera dei trinariciuti di destra specialmente berlusconiani, vere e proprie capre – gli scioperi e cortei di sindacati e movimenti di estrema sinistra. Per tutti vale ricordare che siamo nel 2013, non nel 1933 o nel 1917: la società italiana ed europea e l’assetto internazionale sono completamente, imparagonabilmente diversi. 

In ogni caso, catalogare come “di destra” chi vorrebbe meno tasse e l’autonomia fiscale discende forse dal fatto che la sinistra si è fatta paladina feroce del “tassare è bello”. Se fossimo in Svezia, paese alquanto noioso, dove ad una tassazione da record corrispondono in cambio servizi efficienti a costo zero, le buone ragioni di chi è in strada evaporerebbero in un minuto. Ma viviamo in Italia, paese degli sprechi, della corruzione, delle opere inutili, delle greppie clientelari e degli assistenzialismi. Anche dell’evasione, certo, prodotto di un senso civico lasco se non inesistente, dei furbi che la fanno ai fessi. Ma resta che il livello di prelievo sul lavoro, dipendente e indipendente, è sproporzionato, ingiusto, succhiasangue.

Al fondo, dunque, c’è l’insicurezza economica, col senso di ingiustizia che si prova a dover girare allo Stato, fra tasse dirette e indirette, ben oltre il 50% del proprio lavoro. C’è anche molto risentimento verso il sistema bancario, su su fino alla centrale continentale dei banchieri, la Bce (sinonimo di Ue e, per la precisione, anche di Fmi: la famosa Trojka). Colpa di tutto è della politica, dicono i decembristi. Chi, di rimando, accusa loro di aver votato o appoggiato attivamente la destra concausa dello sfascio può aver ragione sul piano morale (cioè: ognuno si prenda le proprie responsabilità sul passato), ma non su quello politico: un deluso non è colpevole della delusione e di aver aperto gli occhi. 

Il punto da cogliere, invece, è la trasversalità dei motivi, che a parte eccezioni uniche (Revelli sul Manifesto) non viene riconosciuta “a sinistra”, volendo semplificare secondo lo schematismo novecentesco ancora in voga. Oppressione fiscale e tallone della tecnocrazia finanziaria, assieme alla corresponsabilità dei governi di centrodestra e centrosinistra, potrebbero essere ragioni sottoscrivibili da chiunque, anche da un lavoratore dipendente con trattenuta alla fonte o da un giovane precario flessibilizzato fin dal pacchetto Treu (centrosinistra) e poi dalla legge Biagi-Maroni (centrodestra) o dal pensionando che vede allontanarsi e assottigliarsi la pensione sull’altare dei conti, “perché l’Europa lo vuole”. Invece niente, le divisioni del secolo scorso fanno premio sul ripensamento dovuto alla trasformazione sociale. Gli unici che, essendo proiettati sul futuro, hanno l’intuizione giusta sono gli studenti, per lo meno quelli non mentalmente vecchi.

L’essenziale punto politico posto dai i sanculotti con ideale forcone in mano è l’elemento decisivo: non credono più a niente e nessuno. Grillo compreso, che dovrebbe mettersi di buzzo buono per non farsi sfilare lo sbocco delle giornate di dicembre dall’ennesimo Berlusconi. Significa che una fetta di società italiana, minoritaria ma significativa, non ha più fiducia nell’ordinamento esistente in blocco. E ha una confusa voglia di ricominciare tutto daccapo mettendo tutto in discussione. Ogni evento lascia tracce dietro di sé, e questo segna una tacca nella progressiva disgregazione della fiducia verso le istituzioni. Qualche casco di polizia a riposo non significa rivoluzione. Significherebbe rivoluzione se i poliziotti passassero dall’altra parte della barricata. Ma barricate non ce ne sono, perché non c’è una regìa, non c’è un gruppo di testa che sia capace e abbia la volontà di tentare l’assalto al Palazzo: è troppo poco, troppo presto. 

C’è solo un sussulto, giustificato ma senza costrutto, di ira popolare. Come una jacquerie anti-feudale, tuttavia ben lontana da un 1789. Ma da dopo questo dicembre, siamo più fiduciosi. 

Alessio Mannino

Italia da rimandare, secondo Standard & Poor's

Natale 2013. Ecco a voi Renzie-the-Rebel