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Strage di Prato. Ben oltre le vittime

La tragedia di Prato non è la prima e non sarà l'ultima. Per molti ora sarà facile indicarne la causa nella ricerca ossessiva del profitto a discapito della salute e della vita e dei lavoratori. Sarà ancora più facile mettere sotto accusa la mancanza di controlli da parte delle autorità competenti che avrebbero dovuto aprire più di un occhio su una realtà di degrado ben conosciuta. 

Che decine di lavoratori cinesi, a volte pure clandestini, fossero letteralmente accatastati in pochi metri quadri a lavorare e a dormire, era una realtà tollerata sulla quale si preferiva tranquillamente sorvolare per non bloccare un meccanismo che ormai da anni va avanti da solo. Non è un mistero infatti che molte aziende di Prato, come altre nella stessa condizione in tutta Italia, producano non solo per il mercato interno e per l'export ma anche come fornitori dei grandi marchi del made in Italy. 

Di conseguenza, fare eccessivi controlli sul rispetto integrale delle regole scritte in materia di legislazione del lavoro finirebbe per bloccare buona parte del comparto tessile. Lo stesso discorso vale per altri settori produttivi. Una responsabilità che, in una fase di disoccupazione crescente come l'attuale, nessuno vuole assumersi in base alla considerazione: “Non vorrete mica che altre decine di migliaia di persone finiscano per strada?”. 

Lo sanno le imprese che continuano a violare le regole. Lo sanno gli stessi sindacati che soltanto in queste occasioni si svegliano e alzano la voce in difesa dei diritti dei lavoratori, che tanto più sono stranieri, quanto più sono sfruttati. Anche se a sfruttarli poi sono i loro stessi connazionali. Lo sanno infine i Vigili del Fuoco, le varie Asl e gli Ispettorati del Lavoro che si possono muovere soltanto in presenza di una precisa denuncia e che finiscono per accodarsi a questo andazzo. Questo è lo scenario generale che è cosa ben differente dalla realtà dell'azienda coinvolta nella strage della fabbrica di Prato, sulla quale le autorità competenti, a disastro avvenuto, dovranno svolgere i dovuti accertamenti. Ma esso serve comunque a spiegare perché si vada avanti ad occhi chiusi sperando che non avvenga ciò che è destinato ad accadere, come a Prato, in conseguenza delle condizioni fatiscenti dei luoghi di lavoro. Dove ci sono impianti elettrici vetusti che non sono in grado di reggere il nuovo e continuo sovraccarico di energia richiesta. 

È significativo comunque che la strage sia avvenuta in una fabbrica cinese nella quale sono state trasferite le modalità di lavoro tollerate ed incoraggiate in patria dal governo di Pechino. 

Salari da fame, otto-dieci volte minori di quelli europei ed italiani e condizioni di lavoro al limite dello schiavismo. Due peculiarità che spiegano il boom cinese più di ogni altra cosa. E serve a poco, anzi appare una sorta di presa in giro, sentirsi replicare che anche l'Italia del boom dei primi anni sessanta si concretizzò grazie ad una politica di salari bassi ai quali offrirono una compensazione soltanto le lotte dell'Autunno Caldo e lo Statuto dei lavoratori del 1970. La realtà è oggi ben diversa. La lotta tra poveri di 50 anni fa era uno scontro tra italiani per conquistarsi e mantenersi un lavoro a fronte dell'impossibilità per i sindacati di tutelare adeguatamente i dipendenti. La guerra odierna si svolge al contrario tra poveri per la sopravvivenza. Dove i poveri sono sia gli italiani che gli stranieri, per lo più extracomunitari. 

Una lotta per la sopravvivenza che spinge ad accettare le condizioni più infime di lavoro e di salario pur di raggranellare qualche euro, avendo come alternativa la disoccupazione permanente. Il modello cinese si sta lentamente imponendo anche in Italia, anzi si è già imposto. Lavora, guadagna quello che ti offriamo, altrimenti vattene. Ed il tragico è che sono gli stessi sindacati, Cisl e Uil in testa, ad avere avallato la nuova realtà, sottoscrivendo la cancellazione dei contratti nazionali di categoria (come alla Fiat) e il passaggio a contratti aziendali basati sugli straordinari e sui premi di produzione. 

La vera questione è quindi il clima nel quale è potuta maturare la tragedia di Prato. L'idea che il mondo debba essere un unico grande mercato globale sul quale possono essere spostati e ricollocati a piacimento tutti i fattori della produzione. Capitali, materie prime, merci e prodotti finiti. Più ovviamente gli uomini, ormai ridotti a merce. Come gli schiavi.

 
Irene Sabeni

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