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Vogliono privatizzare anche Bankitalia

Nel giro di un paio d'anni la Banca d'Italia potrebbe diventare una lontanissima parente di quell'ente pubblico che venne istituito con l’incarico di regolare il comparto del credito.

Fabrizio Saccomanni, attuale titolare dell'Economia ed ex direttore generale della stessa Bankitalia, è riuscito a far inserire nell'ultimo decreto-legge licenziato dal Governo una norma potenzialmente pericolosissima. L'Istituto di via Nazionale sarà completamente privatizzato e le sue azioni saranno distribuite tra i vari soggetti “controllati”. La proprietà di Bankitalia passerà quindi nelle mani delle società che dovrebbero essere sottoposte alla sua vigilanza.

Un capolavoro che poteva riuscire solo al ministro tecnico di un Esecutivo politicamente sempre più debole. «Al fine di assicurare alla Banca d'Italia un modello di governance che ne rafforzi l'autonomia e l'indipendenza, nel rispetto dei Trattati Europei, il decreto legge stabilisce nuove norme riguardanti il capitale e gli organi dell'istituto», questo il contenuto del comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. Un capolavoro di mistificazione: la volontà di Letta e dei suoi Ministri non è per niente improntata al perseguimento di una maggiore autonomia ed indipendenza.

Al contrario, potranno sedere nei ruoli di vertice di Palazzo Koch – e comunque influenzarne fortemente l'operato – quegli operatori su cui deve essere fatta ricadere la responsabilità di una sempre maggiore finanziarizzazione dell’economia. Parliamo ovviamente di compagnie assicurative e società finanziarie internazionali. Multinazionali cui si potranno affiancare anche i fondi pensione privati. Non è stato posto nessun richiamo alla provenienza degli “investitori”, tutti gli operatori dell'Unione Europea potranno sognare di entrare in uno dei gangli vitali dell'economia nazionale.

Le modifiche non sono finite qui. La Banca d'Italia verrà autorizzata ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie sino ad un massimo di 7,5 miliardi. La Banca potrà distribuire dividendi annuali per un importo non superiore al 6% del capitale. Ciascun partecipante al capitale non potrà possedere - direttamente o indirettamente - una quota di capitale superiore al 5%. Per favorire il rispetto di tale limite, la Banca d'Italia potrà acquistare temporaneamente le quote di partecipazione in possesso di altri soggetti.

Un evidente regalo agli istituti in difficoltà, che potranno contare sulla liquidità proveniente da Bankitalia e sulla possibilità di inserire nel “patrimonio di vigilanza” (una variante ampliata del classico concetto di patrimonio, in cui si aggiungono al capitale sociale e alle riserve anche ulteriori elementi di natura non prettamente patrimoniale, come per esempio i fondi costituiti nell’ambito del fondo interbancario di tutela dei depositi) le proprie partecipazioni nell'istituto centrale, con il fine di rafforzare ad un costo irrisorio la propria capitalizzazione.

 

L'operazione è talmente “innovativa” che persino la tristemente famosa Banca centrale europea avrebbe manifestato diverse perplessità; nodi che, con tutta probabilità, dovrebbero essere sciolti nel giro di una settimana. Figurati se i tecnocrati di Francoforte si faranno sfuggire la possibilità di entrare indisturbati all'interno di Bankitalia. L'unica speranza deve essere riposta nei deputati e nei senatori non appiattiti sull’appoggio, esplicito od occulto, al Governo. Solo loro potranno riuscire a disinnescare l'articolato del decreto-legge di Saccomanni e Letta, provvedimento legislativo già pienamente operativo all'interno del nostro ordinamento.

Qualcuno dovrà avere il coraggio di evidenziare la sostanziale abrogazione della legge 262 del 2005. Disciplina – mai attuata completamente – che prevedeva comunque la completa pubblicità della nostra autorità di vigilanza sulla finanza e sul credito. «La Banca d'Italia è istituto di diritto pubblico», questo il secondo comma dell'articolo 19. Una norma semplice e concisa che non lasciava spazio a chi avrebbe voluto privatizzarla. L'articolo prosegue poi con espressi richiami alla necessità di trasparenza nelle procedure amministrative – che con l'assetto voluto dal governo Letta diventerebbero societarie – e all'obbligo di motivazione di tutti i provvedimenti emessi dai suoi dirigenti, così come richiesto per qualsiasi altro ente pubblico esistente nel Paese.

Una struttura normativa di cui si potrebbe celebrare il funerale da qui a pochi mesi. Un'evenienza da impedire ad ogni costo, soprattutto per chi sogna di riconquistare quella sovranità monetaria sottratta all'Italia a colpi di trattati e vertici internazionali. Sarebbe del tutto inutile avere maggior capacità di manovra in campo economico se poi saranno i privati a decidere le regole cui si dovranno richiamare banche e finanziarie. Si aprirebbe in aggiunta il fronte della tutela dei consumatori. Chi assicurerà il pieno rispetto delle normative? Chi vigilerà in materia di anti-usura? Interrogativi a cui si dovrà trovare una risposta entro i prossimi 50 giorni.

C'è inoltre un problema di non poco momento. I privati che potranno controllare Bankitalia avranno l'indiretta proprietà delle riserve auree italiane, 2.452 tonnellate il cui valore è di gran lunga superiore ai 100 miliardi di euro. Un'eredità proveniente dai tempi in cui la moneta era sovrana ed il controllo dell'economia era considerato perno di qualsiasi politica statale.

Il Governo italiano si riconferma nemico degli interessi nazionali. Una tendenza ormai ultradecennale, senza distinzione di colore politico.

Matteo Mascia

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