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Sempre meno lavoro. Sempre meno tutele

Siamo ormai arrivati al punto di poter dire che presto l'aumento della disoccupazione di per sé non farà più notizia: nella mera economia dell'informazione quello che si ripete e che non è più ascrivibile alla lista degli "eventi eccezionali" diventa semplice rumore di fondo.

Forse per questo il numero delle persone in cerca di una occupazione non fa più impressione, che si tratti di giovani freschi di laurea, di uomini di mezza età espulsi dal mondo del lavoro perché il loro contratto "costava troppo", di donne alle prese con la maternità o di gente "a spasso" all'indomani del fallimento o della delocalizzazione dell'impresa cui erano dipendenti. Eppure, il fenomeno non è mai lo stesso. 

 All'inizio perdevano il lavoro i giovani precari, quelli che non avevano un contratto di lavoro degno di questo nome. Tra i dipendenti, invece, i primi a cadere sono stati quelli non abbastanza specializzati: ci si diceva così che fosse colpa loro, che avrebbero dovuto studiare e aggiornarsi. E, invece, al loro posto sono state messe spesso persone ancora meno specializzate, ma che avrebbero accettato un contratto capestro, a tempo determinato, rinnovabile all'infinito o per un solo giorno, oppure che si sarebbero piegate ad aprirsi una partita iva facendosi carico di tutti gli oneri, pur di lavorare.

Visto che funzionava, si è cominciato a farlo anche con chi invece specializzato lo era: ragazzi usciti dall'università pieni di speranze ma anche giovani - e meno giovani - professionisti, dai commercialisti agli avvocati, dai giornalisti agli architetti. E tra gli under 30 il tasso di disoccupazione dei laureati al 19% è più elevato rispetto a quello dei diplomati, al 16,3. Gli italiani che hanno un lavoro precario sono oltre 3,5 milioni mentre in 2,2 milioni sono sottoccupati e non arrivano a guadagnare che poche centinaia di euro.

Adesso tra le aziende cresce l'invidia per gli imprenditori che non hanno dipendenti ma solo "collaboratori" e serpeggia l'idea che grazie ai giustificati motivi di riorganizzazione del lavoro, crisi aziendale, ragioni attinenti all’attività produttiva o semplicemente perché si è in rosso, si può scendere convenientemente a 15 dipendenti, lasciando fare il resto del lavoro ai "collaboratori" e sgusciando via dalla più stringente tutela dell’odiato articolo 18. Questo è il motivo per il quale le grandi catene di negozi, quando non si ampliano solo grazie al franchising, fanno in modo di avere una partita iva per punto vendita, anche con meno di una decina di dipendenti. 

Senza lavoro stanno rimanendo sempre di più padri e madri di famiglia, quarantenni che, una volta usciti dal mondo del lavoro, hanno maggiori difficoltà a rientrarci con tutto quello che ne consegue per il menage familiare: secondo i dati del Censis il 19% delle famiglie non arriva a fine mese e ben il 69 ha subito un peggioramento del proprio livello di vita.

Il tutto lo riepiloga più o meno l’Istat, così: «Nel terzo trimestre 2013 prosegue il calo tendenziale del numero di occupati (-2,3%, pari a -522.000 unità).(…) La riduzione degli uomini (-2,8%, pari a -376.000 unità) si associa a quella delle donne (-1,5%, pari a -145.000 unità). (…) Il numero dei disoccupati è in ulteriore aumento su base tendenziale (14,6%, pari a +363.000 unità) e in quasi otto casi su dieci riguarda coloro che hanno perso il lavoro. L'incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in oltre la metà dei casi le persone con almeno 35 anni. Il 56,9% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più». 

Senz’altro alcuni studi sono meno utili di altri per la comprensione dei fenomeni, soprattutto se non tengono conto di certe variabili che invece sembrano importanti ma, per rispondere a Maura Del Torrione che in un suo recente commento si domandava, a ragione, a cosa mai servisse la statistica, si può dire che si tratti di una delle scienze che descrivono il mondo.

Tutto sta, poi, a saperla leggere e a volerla interpretare.

Sara Santolini

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