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Società liquida, ma in una gabbia d’acciaio

Le comunità premoderne obbligavano a forti appartenenze. Si apparteneva alla famiglia, intesa come clan familiare allargato. Ne discendeva l’orgoglio di portare un certo cognome, il sentimento dell’onore, di un nome da non infangare per guadagnarsi la protezione che anche il clan familiare più povero poteva garantire. Si apparteneva a una comunità di paese, o di quartiere nel caso delle città più grandi, coinvolti nei suoi riti, nelle sue sagre, nel suo spirito competitivo e campanilistico.

In epoca più moderna, l’epoca degli Stati nazionali, lo spirito di appartenenza alla città e alla regione si è esteso alla nazione, con le sue feste celebrative, il suo orgoglio patriottico, la sua bandiera. Si apparteneva a una chiesa o, più modernamente, a un partito, con tutto lo spirito di conformismo e di sentimento di fedeltà che ciò comporta, ma anche con una carica autentica di passione personale. Si apparteneva a un genere, col rigoroso rispetto dei rispettivi ruoli. Si apparteneva a un ceto, a una classe, a un mestiere, con tutti i vincoli che ciò comportava ma anche usufruendo di protezioni.

Erano appartenenze forti che significavano anche impegno, responsabilità, identificazione, in un processo non di dissoluzione della personalità ma di individuazione in una serie di gruppi comunitari. Il processo di modernizzazione, attraverso le forme del capitalismo che ne esprimono compiutamente le dinamiche, giunto ormai al suo punto culminante, tende a dissolvere quelle appartenenze.

La famiglia, sempre più ristretta e instabile, tanto che in Italia un terzo dei nuclei familiari non sono più nemmeno tali in senso proprio, essendo formati da una sola persona, non ha più il significato di un tempo. L’appartenenza al paese si è ridotta al suo aspetto più deleterio, quello del tifo sportivo campanilistico e quello delle bande adolescenziali di teppisti di quartiere. L’appartenenza alla nazione va diluendosi in un generico umanitarismo dolciastro da cittadini del mondo, falso, non sentito, incapace di produrre emozioni collettive.

L’appartenenza a una chiesa conserva un significato solo nel mondo islamico, un islam che del resto non avendo un clero, almeno nella sua parte sunnita, non è nemmeno propriamente chiesa. Quanto ai partiti, sono ormai aggregazioni elettorali provvisorie, non più agenzie educative e produttrici di ideologie identificative.

Perfino l’appartenenza a un genere è diventata labile. Un maschio può scegliere di diventare gay o bisessuale. Una femmina può scegliere di diventare lesbica o bisessuale. Una coppia dello stesso sesso potrà adottare un figlio oppure trovare un utero accondiscendente o un donatore di seme, e la legge consentirà di figurare come genitore uno e genitore due.

I ceti e le classi si sono frammentati e dispersi in mille rivoli, omologandosi anche gli stili di vita, gli abbigliamenti, le modalità espressive. Quanto ai mestieri, parcellizzati e automatizzati, quando non restino manovalanza brutalmente sfruttata, non comportano più identificazione corporativa e fierezza del lavoro, anche manuale, ben fatto.

Il quadro che ne risulta è quello che Bauman ha genialmente sintetizzato nella formula “società liquida”. Questo è il significato profondo e più autentico di quella libertà che resta il valore più alto di riferimento dell’ideologia unica, quella del capitale trionfante. La libertà politica, che consente di dire ciò che si vuole senza finire in prigione o davanti a un plotone di esecuzione, è la meno significativa. La libertà vera cui tende la logica del capitale è quella dell’individuo sciolto dai legami comunitari, ridotto a puro produttore e consumatore, senza vincoli morali, senza radici territoriali. Faccia quello che vuole e dica quello che vuole, purché si renda disponibile come produttore quando il sistema può impiegarlo e purché consumi delle merci. 

Ecco dunque il limite in cui si imbatte anche il concetto di “società liquida”. Lo è in quanto allenta tutte le appartenenze e le identificazioni, ma non lo è in quanto impone una gabbia solidissima, un quadro di riferimento indiscutibile: la logica del libero mercato, della concorrenza fra individui sciolti da legami comunitari, del meccanismo della riproduzione allargata. Tutto ciò è diventata non una forma storica transeunte come tutte le altre, ma la naturalità di un sistema che segna la fine della storia, il fine cui tendeva il travaglio dei millenni. E l’imperialismo non esiste più, essendo gli USA i delegati dalla Storia a essere i garanti della diffusione mondiale di quel sistema finale perfetto.

Questa è l’ideologia dominante, ferrea quante altre mai, una gabbia  che nessuna crisi sembra incrinare. Per questo l’illusione di M5s di cambiare profondamente le cose per la via elettorale, con cui è iniziato l’anno dal quale ci congediamo, e l’altra illusione di scuotere le coscienze attraverso il movimentismo dei Forconi, che ha chiuso il 2013, sono già svanite. Finché la forza delle cose non scalfirà il granito che sta dietro l’apparente carattere liquido del sistema, una presa di coscienza generalizzata sarà impossibile.

Luciano Fuschini

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