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La stretta creditizia alimenta l’usura. Ovvero: le Banche aiutano gli (altri) strozzini

Le piccole e medie imprese italiane, penalizzate dalla stretta creditizia delle banche, si trovano costrette a ricorrere agli usurai. È una realtà che non appare sui principali quotidiani nazionali, tutti più o meno legati alle banche da incroci azionari e da rapporti di credito-debito. Ma è una realtà che incrina pesantemente le possibilità di una ripresa economica. 

In Italia sono infatti le Pmi a rappresentare la struttura portante del nostro sistema industriale. Ma le banche sembrano avere interesse a finanziare soltanto le grandi imprese come la Fiat. Guarda caso, quella che da anni ha avviato un inarrestabile disimpegno produttivo dal nostro Paese, dove resteranno soltanto i marchi di lusso come la Ferrari, la Maserati e le vetture sportive dell’Alfa Romeo, destinate ai mercati americano e cinese. 

Secondo le associazioni che si occupano di contrastare il fenomeno dell’usura, circa 2 milioni di piccole imprese si trovano a serio rischio di essere strozzate dagli usurai, con la possibilità di dover chiudere o addirittura di dover cedere l’attività che verrebbe inevitabilmente rilevata da prestanome legati alla criminalità organizzata. Non è una novità che molte delle finanziarie che prestano soldi a strozzo siano legate mani e piedi alle varie mafie che hanno abbandonato le regioni del Sud per stabilirsi in pianta stabile da Roma in su, in tutte le regioni del Nord. 

Si calcola che nel 2013 le denunce presentate siano aumentate del 15%, una cifra non da poco che testimonia del disastro creato da una politica bancaria scellerata. Siamo di fronte al primo e più palpabile effetto di una stretta creditizia che appare immotivata visti i tantissimi soldi che le banche italiane hanno ricevuto sotto forma di presiti triennali dalla Banca Centrale Europea al più che conveniente tasso di interesse dell’1%. Erano prestiti che, almeno a parole, Draghi aveva legato alla necessità di finanziare l’economia “reale”. In altre parole le imprese e le famiglie. 

In realtà le uniche imprese che sono state finanziate sono stati i grandi gruppi industriali che possono fare pesare sul tavolo delle trattative i propri legami con la politica, e con le stesse banche, e tutte le implicazioni in campo occupazionale. Se chiude la ditta Rossi è un conto, se chiude Mirafiori è un altro. Quei soldi le banche li hanno utilizzati invece, in larghissima parte, per comprare titoli di Stato e legare ancora di più il proprio futuro a quello della stabilità dei conti pubblici, a quella dello spread tra Btp e Bund tedeschi decennali ed, in ultima analisi, alla tenuta dell’euro. In questa deriva finanziaria, perché di deriva si tratta, a rimetterci sono state così le piccole e medie aziende costrette a rivolgersi a società finanziarie capaci di imporre tassi di interessi pari fino al 400% annuo. Una scelta quasi obbligata, che rappresenta sempre e comunque l’inizio della fine per gli imprenditori finiti nel tritacarne loro malgrado. Il problema non è dato soltanto dalla scarsa e inesistente concessione di credito ma spesso è dato anche dall’inattesa richiesta fatta dalle banche alle imprese di rientrare delle proprie esposizioni. Ad esempio, quando un mancato pagamento ha fatto scattare la segnalazione alla centrale rischi, chiudendo di fatto la possibilità di ottenere credito legale. In molti casi il mancato pagamento da parte di una impresa è l’effetto del mancato pagamento di una fattura da parte di un cliente. Un effetto domino quindi. Un fenomeno che in questa fase di recessione si sta particolarmente accentuando. 

Da parte loro, le banche si difendono sostenendo che non possono fare altro, a fronte di un aumento delle sofferenze che sta mandando in rosso i loro bilanci.

Secondo i dati ufficiali, banche e finanziarie “legali” hanno respinto quest’anno circa il 45% delle richieste di credito. Questo, prevedono le associazioni anti-usura, dovrebbe spingere il 30% delle imprese interpellate a rivolgersi alle finanziarie degli usurai, in particolare in prossimità delle scadenze fiscali che sono ineludibili. Un quarto almeno delle imprese ha spiegato di essere stata costretta a questo passo estremo (il 30% prevede che dovrà farlo) dalla volontà di non licenziare i dipendenti che, in particolare nei piccoli centri, sono persone con le quali ci si conosce da una vita. Così, si giunge al paradosso, che in realtà non è tale, che sono le stesse banche a trasformarsi nelle prime alleate degli strozzini. Unica consolazione sono i dati che testimoniano del numero degli usurai denunciati e dei patrimoni illeciti sequestrati. Ma è soltanto la punta di un iceberg che la politica prova imbarazzo a vedere. 

Siamo di fronte ad una realtà invasiva che ormai si è impiantata nelle ricche, o ex ricche, regioni del Nord industriale e che testimonia del fatto che interi patrimoni (imprese ed immobili) si stanno trasferendo dai loro legittimi proprietari nelle tasche della criminalità organizzata. 

Irene Sabeni

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